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Biden in conferenza stampa dopo l'attentato in Afghanistan

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Con l‘attentato di Kabul l’Isis-Khorassan ha colto quattro obiettivi: 1) colpire gli Usa; 2) minare la credibilità dell’”ordine” talebano; 3) colpire la rivale Al Qaeda; 4) lanciare un messaggio alla Jihad globale dall’Asia al Nordafrica, dal Medio Oriente al Sahel. E anche fino all’Europa dove è scattato l’allarme terrorismo. Il ritiro americano può provocare un effetto domino sulla sicurezza internazionale.

Biden ha detto che gli Stati Uniti daranno la caccia ai terroristi della strage di Kabul dove sono morte un centinaio di persone tra cui 13 marines. Ma come? Senza truppe sul campo, senza operazioni di raccolta d’intelligence nel Paese e senza un solo alleato con confini condivisi, questo ambizioso sforzo volto a fermare i piani che prendono di mira l’Occidente non avrà vita facile. E lo renderà molto più difficile la presenza diffusa delle organizzazioni che operano nel territorio, oggi ufficialmente controllato dai talebani ma in realtà assai frammentato.

Il pericolo in queste ore è duplice, da incubo. Gli Usa hanno ammesso che ci sono ancora mille americani sul terreno, questo significa che se non li recuperano tutti qualcuno potrebbe finire ostaggio di gruppi radicali come Isis e Al Qaeda. L’evacuazione degli afghani ormai è finita. Il secondo problema è che l’Isis potrebbe di nuovo compiere attentati all’aeroporto di Kabul.

In venti giorni gli Usa hanno perso quel che pensavano di avere ottenuto in vent’anni di permanenza nel Paese: ovvero eliminare la minaccia terroristica. A questo servivano gli accordi di Doha: trasformare i talebani nei guardiani di un Afghanistan non minaccioso per Washington e l’Occidente. In poche parole gli ex terroristi dovevano diventare i garanti della sicurezza. Il fatto evidente è che gli americani sapevano perfettamente che avrebbero riconsegnato il Paese ai talebani e lo hanno segnalato con il precipitoso abbandono il 2 luglio della grande base militare di Bagram. In quel momento, come scrivemmo allora, Kabul era già sotto assedio. Ma anche questa strategia di uscita è fallita miseramente.

Oggi l’Afghanistan è ancora una base di terroristi in mano a ex terroristi come i talebani. Quello di cui un gruppo estremista ha più bisogno è un luogo sicuro dove poter pianificare, organizzarsi, reclutare, elaborare una strategia e raccogliere risorse. Senza non si sopravvive. Il Pakistan ha offerto una retrovia ai talebani, aiutando in maniera decisiva il loro sforzo di riconquistare il Paese.

Anche Al Qaeda ha avuto tra il 1996 e il 2001 il suo pezzo di Afghanistan. Al Qaeda era stata costretta a lasciarlo dopo la guerra del 2001 ma è tornata nel Paese. Oggi non può contare sull’ampia infrastruttura di vent’anni fa, quando gestiva una decina di campi d’addestramento. Molti combattenti provengono da Al Qaeda in Asia del sud, un gruppo affiliato formato nel 2014 da reclute provenienti da Pakistan, India e Bangladesh per rafforzare le attività del gruppo nella regione. Altri hanno combattuto con i talebani, con i quali hanno “relazioni strette”, a quanto hanno riferito alle Nazioni Unite i servizi d’intelligence.

Ayman al Zawahiri, l’attuale leader dell’organizzazione, ha evitato gli attacchi a lunga distanza contro l’occidente da quando ha assunto i poteri nel 2011, preferendo concentrarsi sulla creazione di una presenza sul territorio in luoghi come il Sahel, la Somalia, lo Yemen e, con un successo ridotto, in Siria. Ma le cose potrebbero cambiare.

A differenza di Al Qaeda, l’Isis continua a concentrarsi su attacchi a lungo raggio contro il “nemico lontano” in Occidente. Il gruppo Stato islamico Khorasan (Iskp), una fazione che si richiama al nome storico di un territorio che si estende dall’Iran all’Himalaya occidentale, è stato fondato nel 2015, quando il gruppo l’Isis voleva estendersi dalla sua roccaforte di Iraq e Siria verso oriente. Ma i talebani si sono opposti, lo stesso hanno fatto Al Qaeda, le forze del governo afghano e gli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi l’Isis ha avuto un nuovo slancio, con una serie di operazioni letali con la sua caratteristica brutalità. Nei primi quattro mesi del 2021 la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato 77 attentati rivendicati dall’Isis o attribuiti al gruppo, che ha preso di mira i suoi classici obiettivi: musulmani sciiti, donne e stranieri, oltre che personale militare o addetto alle infrastrutture civili. E’ molto probabile che i talebani cerchino di contrastare l’Isis ma non potranno sorvegliare ogni angolo di un Paese così aspro ed esteso, soprattutto dato che in buona parte è governato da intermediari del gruppo che decidono autonomamente chi fa cosa e dove.

Esiste una galassia di gruppi islamisti militanti. Le Nazioni Unite ritengono che ci siano tra gli ottomila e i diecimila stranieri attualmente attivi nei gruppi armati in Afghanistan. Molti autori di attentati terroristici in Europa e altrove, negli ultimi decenni, sono stati in Pakistan per ricevere un addestramento. Si è trattato spesso di un passaggio decisivo, non tanto per le conoscenze impartite quanto per il rafforzamento del radicalismo prodotto da tale esperienza. I talebani hanno cercato perlomeno di regolamentare, se non di limitare, la presenza dei cosiddetti combattenti stranieri (foreign fighters). Ma è improbabile che riescano a evitare simili viaggi in futuro.

I talebani hanno riportato sotto la propria ala quanto resta della maggior parte dei gruppi islamisti radicali d’Asia centrale di stanza nel nord dell’Afghanistan, tra questi il Movimento islamico del Turkestan orientale, composto da uiguri in fuga dalla Cina sudorientale e determinati a combattere con violenza la repressione della loro fede e cultura da parte di Pechino.

Tutti questi gruppi seguono l’ideologia estremista del “salafismo jihadista”, una fusione tra le versioni ultraconservatrici dell’islam sunnita praticate nel Golfo, e le correnti più recenti e radicale, secondo cui è dovere di ogni musulmano combattere individualmente e collettivamente contro la “tirannia”, ovunque essa si trovi. Questo genere di pensiero contrasta con le antiche tradizioni popolari del credo islamico in Afghanistan e persino con le correnti reazionarie seguite dai talebani.

Gli osservatori sostengono che il successo del gruppo Stato islamico in Siria e in Iraq, anche se l’esperienza del Califfato si è conclusa nel sangue e nel fallimento, abbia ispirato alcuni giovani afgani, diffondendo ulteriormente il salafismo.

Se così fosse i talebani, giunti al potere, rischiano di dover fare i conti a loro volta con dei ribelli. Possiamo fidarci di loro nella lotta al terrorismo?


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