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Il mondo è esattamente come prima: produciamo e vendiamo più bombe che vaccini. Gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e anche noi. Vendiamo pure ai nostri nemici oltre che agli alleati, tanto per non scontentare nessuno.

In Yemen, dove muoiono a migliaia tra guerra civile, carestie ed epidemie, insorte ben prima del Covid-19, gli Stati Uniti hanno fornito ai sauditi negli ultimi cinque anni 120mila bombe di precisione fabbricate dalla Raytheon.

Anche l’Italia continua a rifornire Riad per la guerra in Yemen, con uno stratagemma che consiste nel vendere le armi all’Inghilterra, grazie alla sinergia tra l’italiana Leonardo e l’inglese BAE Systems, che poi aggira le procedure burocratiche con un sistema di targhe doppie per far arrivare gli armamenti in Arabia Saudita.

Gli americani nelle vendite di armi fanno la parte del leone. Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics messi insieme, secondo lo studio dell’Istituto svedese Sipri (dati 2018), vendono 148 miliardi di dollari di armi, il 35% dell’intera classifica delle cento maggiori industrie: ma è messa bene anche la Dassault francese.

L’Italia trova posto tra i primi con Leonardo e Fincantieri. Le vendite di armi Made in Italy sono accreditate di una crescita del 5% nell’ultimo anno, la quota di mercato delle società tricolori (sul totale della classifica di cento aziende) è del 2,8 per cento: più di Germania, Giappone o Israele.

Il giro d’affari combinato delle due nostre società è indicato a 11,7 miliardi: Leonardo è addirittura in top ten (ottavo posto) con 9,8 miliardi di armi vendute nel 2018, una crescita del 4,4 per cento.
Un risultato, si spiega, è legato anche all’acquisizione di Vitrociset, specializzata nelle tecnologie e nei servizi militari.

Ma l’aspetto più paradossale è che vendiamo armi anche a Paesi con cui in apparenza siamo in conflitto.

In un anno le vendite di armi italiane all’Egitto sono balzate da 69 a 871 milioni di euro con la vendita anche di 32 elicotteri di Leonardo-Finmeccanica.

Ecco come sosteniamo un regime che in quattro anni non ha voluto neppure imbastire un processo sul caso Regeni e prende regolarmente i giro tutti i governi italiani senza fornire né spiegazioni né indizi sull’assassinio di un ricercatore sicuramente torturato e ammazzato dai poliziotti del generale Al Sisi.

Ma non basta. Diamo elicotteri d’attacco a un regime che in realtà è nostro avversario in Libia dove Al Sisi sostiene il generale Khalifa Haftar nemico del governo della Tripolitania dove ci sono i maggiori interessi italiani.

E dove _ che ci piaccia o meno _ siamo schierati con la Turchia che difende con soldati, mercenari jihadisti e droni, il governo di Sarraj.

Quella stessa Turchia che ci ha aiutato a liberare Silvia Romano dagli Shabaab somali.

È c’è persino qualcuno peggio di noi: la Germania della cancelliera Angela Merkel. Peggiore perché è ancora più ipocrita degli italiani.

La guerra civile in Libia non si ferma anche perché dall’estero continuano ad arrivare armamenti. Sebbene abbia aderito all’embargo sulle armi dando il suo ok alla missione navale europea Irini e si sia fatto promotore lo scorso gennaio a Berlino del vertice internazionale per la pace in Libia, il governo tedesco l’altro giorno ha ammesso che tra il 20 gennaio e il 3 maggio scorso ha venduto armi ai paesi coinvolti nella guerra in Libia per un valore di 331 milioni di dollari.

Vendite bipartisan per non scontentare nessuno: sia all’Egitto (308,2 milioni di euro) e ai suoi alleati emiratini (7,7 milioni) che ai loro nemici turchi (15,1 milioni). Al di là dell’affettato pacifismo di maniera dei tedeschi, la barbarie libica è anche made in Europe.

La Germania della signora Merkel aveva scippato all’Italia la conferenza convocata a Berlino proprio per attuare l’embargo: insomma i tedeschi sono persino più ipocriti e inaffidabili di noi.

E ora dobbiamo pure dire grazie alla Merkel perché insieme a Macron ha deciso di aumentare di 500 miliardi il Recovery Fund, il Fondo europeo per la ricostruzione dopo il coronavirus.

A noi dovrebbero andare 100 miliardi non come prestiti ma a fondo perduto che beneficeranno anche l’Alitalia.

Davvero a fondo perduto. È proprio il caso di dirlo.

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