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Il volo commerciale tra Israele ed Emirati effettuato ieri è sicuramente un evento storico ma anche una storica presa in giro. Il nome dell’aereo israeliano scritto sulla fusoliera è quella di una colonia, cioè quello di una terra strappata ai palestinesi, un nome ebraico che ha sostituito quello arabo originale.

Ma non c’è dubbio che si sia trattato di un volo storico, anche per un altro motivo: l’Arabia Saudita ha concesso il suo spazio aereo, confermando due cose. In primo luogo lo stretto legame tra la monarchia degli Zayed negli Emirati e Riad, dove comanda il principe assassino Mohammed bin Salman, mandante dell’omicidio del giornalista Jamaal Khashoggi.

In secondo luogo abbiamo l’indicazione che l’Arabia Saudita, pur con grandi esitazioni, potrebbe in un prossimo futuro seguire gli Emirati e riconoscere lo stato ebraico: un evento epocale perché i sauditi cono i custodi dei luoghi sacri dell’Islam.

Ma anche restando ai dati attuali non si può non notare che questo accordo tra Israele ed Emirati sta delineando un asse di alleanze in Medio Oriente e nel Mediterraneo di grande rilevanza. Gli Emirati e l’Arabia Saudita, con il pieno appoggio americano, sono tra i maggiori sostenitori del generale egiziano Al Sisi che ha con Israele buoni rapporti nel campo della difesa e dell’intelligence.

Questa alleanza che ha avuto e ha ancora il suo campo di battaglia nel sostegno, anche se molto meno convinto di prima, al generale libico Khalifa Haftar _ insieme a Russia e Francia _ fonda il suo collante ideologico nel fronte comune contro i Fratelli Musulmani e in generale contro i movimenti riformisti o rivoluzionari del mondo arabo.

Ma ha soprattutto come nemico sul terreno la Turchia di Erdogan che si è impadronita della Libia e punta alla risorse energetiche di gas offoshore nel Mediterraneo orientale. Non è certo un caso che in questa coalizione anti-turca ci sia in prima istanza la Grecia, avversario storico della Turchia, ma anche la Francia e Israele che anno espresso solidarietà alle posizioni di Atene.

Rafforzate dall’accordo sulle zone economiche speciali nel Mediterraneo proprio tra Grecia ed Egitto, un’intesa del mese di agosto che fa da controaltare a quella tra la Turchia e il governo del presidente Sarraj a Tripoli sulle acque territoriali e che ha poi condotto alla concessione ad Ankara di basi militari navali e aeree.

Questo asse tra potenze arabe regionali e Israele è già stato definito come una sorta di “Nato araba” a trazione ebraica che oltre alla Turchia ha come avversario l’Iran, fortemente temuto proprio dalle monarchie del Golfo e dallo stesso Israele. Non dimentichiamo che l’anno è cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte dell’America di Trump del generale iraniano Qassem Soleimani, colpito da i missili di un drone all’aereoporto di Baghdad, in violazione di ogni norma del diritto internazionale.

Ma anche un altro episodio clamoroso va letto in questa ottica delle coalizioni nascenti: l’immane esplosione il 4 agosto al porto di Beirut. Incidente, attentato sabotaggio che sia, possiamo misurarne in queste ore le conseguenze. Il presidente francese Macron, esponente dell’ex potenza coloniale, si trova a Beirut _ dove si è appena insediato il nuovo premier Mustafà Adib _ per negoziare con i poteri libanesi ma soprattutto con Hezbollah, il movimento sciita protetto dall’Iran e che aveva proprio nel generale Soleimani un punto di riferimento militare ineludibile.

La reazione di Hezbollah è stata interessante: il segretario generale di Hassan Nasrallah, ha aperto alla proposta di Macron di stringere un nuovo patto politico “ma a condizione che la discussione sia condotta con la volontà ed il consenso delle varie fazioni libanesi”.

Le mosse di Macron possono essere lette in due modi. Il primo è che l’ex potenza coloniale ridiventa protagonista, si erge a protettrice di cristiani ma riconosce il peso politico di Hezbollah. Il secondo che gli Usa potrebbero essere irritati da queste ingerenze francesi perché il piano americano per il Medio Oriente, appoggiato dalla “Nato araba” e da Israele prevede, oltre all’annullamento dei diritti dei palestinesi, che sia totalmente ridimensionata l’influenza nella regione dell’Iran e dei suoi alleati, a partire da Hezbollah. Per questo gli Usa hanno varato pesanti sanzioni economiche contro Iran e Siria che colpiscono anche il Libano e in generale tutta la “Mezzaluna sciita”.

Ecco perché definire in questo contesto “accordo di pace” quello tra Israele ed Emirati è falso e fuorviante. In primo luogo Emirati e Israele non sono mai stati in guerra e non è previsto nulla che vada incontro alle esigenze di palestinesi e alla soluzione dei due stati: si tratta invece dell’affossamento di queste speranze. E poi in realtà siamo di fronte al varo di una coalizione politica e militare che gli Usa e Israele vorrebbero allargare ad altri stati arabi. Viene chiamata “Nato araba” perché affianca quella originale percorsa da tensioni altissime tra Grecia, Francia e Turchia nel Mediterraneo orientale.

Un’alleanza atlantica dove la Germania cerca di ritagliarsi anche a Sud spazi di diplomazia autonomi ma che allo stesso tempo è nel mirino degli americani per il gasdotto Nord Stream II con la Russia e che è stata “punita” da Wasghinton con lo spostamento di truppe americane in Polonia. Questo nasconde lo “storico” volo commerciale Israele-Emirati: allacciate le cinture.


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