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Il premier Conte e la presidente Von Der Layen

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In agenda non c’è il Recovery fund, non c’è neanche il Bilancio pluriennale dell’Unione, eppure questi due temi saranno i più discussi nei corridoi del Consiglio europeo che si apre oggi alle 15 a Bruxelles, con i leader presenti di persona pur con delegazioni ridotte all’osso a causa della pandemia.

All’ordine del giorno ci sono temi comunque complicati e decisivi, come il rapporto da costruire per il futuro con il Regno Unito, mente i negoziati sono in stallo. «È nell’interesse di entrambe le parti concludere un accordo prima della fine del periodo di transizione. Tuttavia, ciò non può accadere a qualsiasi prezzo», ammonisce Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, nella lettera personale inviata ai capi di Stato e di governo per convocare la riunione. «I prossimi giorni sono decisivi», sottolinea, ricordando che il capo negoziatore Michel Barnier aggiornerà sulla situazione, ma è già noto che le difficoltà al momento sono «in particolare – come ricorda Michel -, la parità di condizioni, la pesca e la governance».

Un alto funzionario del Consiglio conferma che «qualche passo avanti è stato fatto, ma c’è ancora molta distanza da coprire». Il momento è “critico”, ma dal Consiglio a quanto pare non uscirà molto, se non, spiega il funzionario, «un invito ad intensificare i negoziati, chiedendo al Regno Unito di assumere posizioni più accettabili». Ma le spinte sono diverse, i Ventisette non hanno tutti le stesse priorità. Ad esempio per la Francia ed i Paesi costieri del Nord sono decisivi i diritti di pesca nelle acque britanniche, e il presidente Emmanuel Macron sembra pronto a porre un “veto” se le sue richieste non saranno soddisfatte. Per tutti, o quasi, però il problema sono la parità di condizioni nell’economia, con il timore, ragionevole, che Londra voglia accordare alle proprie imprese condizioni concorrenziali di favore rispetto a quelle esistenti nel Continente. «Bisogna avere fiducia nel partner», dicono a Bruxelles, ma questa fiducia in Boris Johnson ancora non c’è.

Intanto le tre organizzazioni datoriali (le Confindustrie) di Italia, Germania e Francia rivolgono un drammatico appello ai leader Ue «a lavorare per un accordo ambizioso e onnicomprensivo in tempo utile per consentire la ratifica e l’entrata in vigore entro il primo gennaio 2021, nel reciproco interesse dell’Unione Europea e del Regno Unito». Gli industriali auspicano che «vengano esplorate tutte le opzioni possibili per raggiungere una soluzione in grado di garantire fluidità negli scambi commerciali, mantenendo al contempo condizioni di concorrenza leale tra l’UE e il Regno Unito». L’appello è legittimo e condiviso da tutti, ma le condizioni al momento sono davvero difficili, anche se alcuni osservatori si lanciano a sostenere che questo è solo un ultimo irrigidimento in vista di un accordo che sembra possibile. Per altri è invece una gara a far cedere l’altra parte, contando sul panico delle conseguenze di un non accordo.

Tra questa sera e domani si discuterà anche di cosa fare con la Turchia e le sue azioni «a tutta evidenza sleali» che sta conducendo nei confronti della Grecia e di Cipro, poi di Clima e di che obiettivi darsi dopo l’impegno della Commissione a raggiungere un taglio delle emissioni del 55 per cento entro il 2030, di relazioni con l’Africa.
Di Bilancio e Recovery in teoria non si dovrebbe parlare, almeno in plenaria. Sul bilancio è in corso un complicato negoziato con il Parlamento, che chiede di non tagliare sui progetti tradizionali dell’Unione, e gli Stati che invece non vogliono sborsare di più di quanto faticosamente deciso a luglio. «Non se ne parlerà nel dettaglio, c’è un negoziato in corso, aspettiamo la fine… non vediamo la necessità di un intervento ora», spiega la fonte. Tutto è dunque nelle mani di Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione, che deve riuscire a salvare il difficile equilibrio raggiunto nella quattro giorni del Consiglio di fine luglio.

In questi giorni stanno intanto arrivando i Piani nazionali per il Recovery Fund. Il Parlamento italiano ha appena approvato le linee guida, ma sui progetti non c’è ancora molta chiarezza. In Germania invece le cose sono ben definite. Berlino riceverà soltanto 29 miliardi di sovvenzioni dall’Ue (niente prestiti, non ne ha bisogno e non le convengono) che entrano nel piano da 130 miliardi “Der Wumms” (una cosa tra “il big bang” e “il boom” o anche “forza”) lanciato già a giugno. Ci sono già quasi tutti i dettagli, divisi in più di cinquanta settori di intervento tra misure di semplificazione amministrativa, per l’istruzione, di sostegno a breve termine investimenti, come richiesto dalla Commissione europea, nell’economia sostenibile, energie rinnovabili, nella digitalizzazione e mobilità.

In Francia i 39 miliardi di sovvenzioni (anche qui, niente prestiti) confluiranno nel “Plan de Relance” di 100 miliardi nel triennio. I punti cardine sono la transizione energetica (30 miliardi), la coesione sociale e territoriale (36 miliardi), competitività delle imprese (34 miliardi). Il dibattito a Parigi è però sulla capacità di spendere e sull’efficacia di questi sforzi. Nella storia francese spesso ai progetti non sono seguiti gli effetti, e la paura del governo Macron è proprio questa.

E i virtuosi olandesi? All’Aja andranno 7 miliardi (anche qui solo come sovvenzioni) che saranno parte di un fondo di rilancio da 20 miliardi nei prossimi sei anni. Le elezioni politiche previste per il prossimo marzo sono però il problema del premier Marc Rutte, con i (tanti) partiti di governo e di opposizione che si stanno dilaniando in distinguo. Anche lì il momento non è facile.  

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