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Vladimir Putin

Tempo di lettura 4 Minuti

Il caso Navalny ha un forte sentore di gas e destabilizzazione. Mosca minaccia la rottura dei rapporti con l’Unione europea in caso di nuove sanzioni, la Germania risponde definendo l’ultimatum “sconcertante”. La realtà è che la vera resa dei conti non è con l’Europa ma con gli Stati Uniti.

Prima di esaminare la questione politica è bene dare un’occhiata alle cifre per vedere a chi conviene un’eventuale rottura. In pratica a nessuno dei due. L’interscambio tra Russia e Unione europea nel 2019 era di 232 miliardi di euro, una cifra rilevante, anche se lontana dal picco dei 322 del 2012, e condizionata dalle sanzioni imposte a Mosca nel 2014 per l’annessione della Crimea.

L’Europa resta comunque il principale partner commerciale di Mosca: rappresenta il 35% delle sue importazioni ed è anche il maggiore investitore in Russia, 276 miliardi di dollari nel 2018, che non sono bruscolini. Mosca è il quinto partner economico della Ue, molto rilevante dal punto di vista energetico: l’Unione importa dalla Russia il 40 per cento del suo gas e il 27% del petrolio.

Questi dati sono importanti per capire chi è veramente interessato alla rottura dei rapporti tra Europa e Russia, ovvero gli Stati Uniti che vogliono vendere a tutti i costi il loro gas liquido agli europei anche se costa di più, bisogna costruire i rigassificatori e necessita di un trasporto di 10mila chilometri.

Soltanto un mentecatto può pensare che il gas americano sia un affare, a meno che non venga venduto a prezzi politici come hanno già fatto gli Usa con la Polonia e imposto ai tedeschi.

I RAPPORTI UE-RUSSIA NEL MIRINO USA

La faccenda è talmente scoperta che appena nominato il nuovo segretario di stato Antony Blinken ha minacciato sanzioni alla Germania se ultimava il gasdotto Nord Stream 2 con Putin. Insomma prima ancora che Navaly rientrasse in Russia e Putin dimostrasse la sua vulnerabilità con un processo farsa, la nuova amministrazione Biden, esattamente come Trump, intendeva prendere di mira i rapporti economici Ue-Russia e colpire Mosca nei suoi interessi vitali, cioè l’export di energia. I tedeschi stavano, o stanno per cedere, a un ricatto degli americani.

E ora ne abbiamo le prove: una lettera dei tedeschi agli Usa in cui si promette un miliardo di euro per l’acquisto di gas liquido Usa in cambio della fine delle sanzioni per il Nord Straeam 2. La lettera è stata pubblicata dalla Deutsche Umwelthlife, associazione ambientalista tedesca, è sta provocando un putiferio.

La lettera riservata, datata agosto 2020, è firmata dal vicecancelliere tedesco Olaf Scholz, attuale ministro delle Finanze e candidato cancelliere della Spd alle elezioni federali del prossimo settembre. Certifica il tentativo di scambio sottobanco tra la Germania di Angela Merkel e gli Usa di Donald Trump per disinnescare la “guerra del gas” sul Mar Baltico.

“Il governo tedesco è disposto ad aumentare il suo investimento nelle infrastrutture di gas naturale liquefatto (Gnl) fino a un miliardo”. Significa che Berlino si impegna a costruire due rigassificatori a Brunsbüttel e Wilhelmshaven per importare il gas americano estratto con la devastante tecnica del fracking: molto meno redditizio di quello fornito da Mosca ma perfetto per far quadrare i conti delle imprese energetiche Usa.

Altro che transizione ecologica del Recovery Fund.

Così è riportato nella missiva inviata l’estate scorsa a Steven Mnuchin, segretario al Tesoro degli Stati Uniti fino all’insediamento dell’amministrazione Biden.

IL PATTO INDECENTE

La vicenda è esplosa in Germania per due motivi: il patto è indecente sotto il profilo ambientale e il ministro Scholz lo avrebbe chiuso tenendo politicamente all’oscuro i deputati del Bundestag. Altro che la transizione ecologica voluta dal Recovery Fund.

Ora che si capisce bene qual è il giochino degli americani, ovvero alleggerire la dipendenza europea dal gas russo a vantaggio di quello Usa, e si comprende meglio che cosa ha spinto Putin a calcare la mano sul caso Navalny. La Russia ha reagito alle manovre americane di contenere l’export di gas, vitale per le sue finanze, e Putin ha reagito mandando il messaggio che non è disposto a retrocedere su niente, neppure su Navalny, anche al rischio di martirizzare di un personaggio dal passato ambiguo.

Ma c’è ovviamente anche dell’altro. Con il caso Navalny Putin tenta di proiettare all’esterno le sue difficoltà interne nel gestire gli oligarchi e un’economia in crisi. Quello russo, nonostante le tante riforme annunciate, è un sistema ancora troppo legato alle esportazioni di materie prime.

La Russia è il secondo produttore di gas naturale al mondo e il terzo di petrolio: lo stesso ministero delle risorse naturali e dell’ambiente della Russia stima che il valore complessivo delle attività collegate al petrolio, gas e altre risorse naturali ammonta al 60% del Pil. Una relazione pericolosa, che rende Mosca vulnerabile alle variazioni del prezzo globale delle materie prime, in primo luogo del petrolio. Cosa che è puntualmente avvenuta con la recessione seguita alla pandemia da Covid.

Ma perché Putin rischia tanto sul caso Navalny che avrebbe potuto disinnescare senza troppo clamore? Per sopravvivenza politica. Questo è un braccio di ferro ai vertici del potere. In gioco ci sono la stabilità del sistema e la sua perpetuazione anche se Putin, per qualunque motivo, se ne dovesse andare. Ovvero gli oligarchi, le famiglie che contano e la sua stessa cerchia di potere non hanno ancora soluzioni per assicurare una continuità del sistema. La situazione è seria? Sì, lo è. Gli Stati Uniti lo sanno e sono pronti a puntare sulla destabilizzazione dei rapporti tra Mosca e l’Europa e della stessa Russia. Auguri.


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