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Il premier Mario Draghi con il primo ministro libico Abdul Dbeibah nell’incontro a Tripoli

Tempo di lettura 5 Minuti

La faciloneria con cui da noi si parla di Libia è pari alle nostre illusioni di fare affari e accordi che naufragano puntualmente con tutti i governi, da Berlusconi in poi. Speriamo che a Mario Draghi vada meglio. La cosa più corretta che ha detto ieri il premier è che in Libia siamo in un momento “unico”.

Unico è il termine giusto: in primo luogo perché non si sa quanto durerà il cessate il fuoco, in seconda battuta perché questo governo di unità nazionale libico scadrà tra nove mesi, il tempo di convocare a dicembre nuove elezioni. E se le elezioni non ci saranno significa che la tregua è fallita e che comunque difficilmente il governo attuale, come è già accaduto in passato, verrebbe riconosciuto da tutti i principali protagonisti.

Quindi qualunque intesa con il governo libico è assai precaria perché si tratta di un esecutivo “a tempo” e che non ha l’autorevolezza a prendere alcun impegno, tanto meno a medio e lungo termine su autostrade, appalti e via discorrendo. Insomma non sarà questo governo ad avviare la ricostruzione della Libia evocata da Draghi: diciamo che da questo punto di vista la sua è stata una missione “propedeutica”.

Poi c’è la questione immigrazione: gli immigrati sono per i governi libici uno strumento di politica estera, chiudono e aprono i rubinetti a seconda delle necessità di esercitare pressioni sull’Italia e sull’Europa, che per altro disattende gli accordi sulla redistribuzione degli immigrati. All’Italia di questo governo, dove c’è dentro la Lega di Salvini, farebbe comodo che i libici facessero sparire gli immigrati nei campi di concentramento libici, lontano dagli obiettivi delle telecamere per non far vedere sui nostri schermi la maniera disumana con cui vengono trattati.

Non lo si dice apertamente perché siamo degli ipocriti. Questo era il compito che aveva Gheddafi ma al suo posto oggi non c’è un leader più forte degli altri ma molti Gheddafi in miniatura – capi locali, gruppi criminali, tribali – che vogliono esercitare il potere. Draghi a Tripoli ha elogiato la Libia per il salvataggio dei migranti ma ha sorvolato sulle sistematiche torture e violenze di trafficanti e polizia libica, scontentando l’ala sinistra del suo governo. Era prevedibile.

Gli unici accordi che allo stato attuale della Libia possono funzionare sono quelli con l’Eni perché la compagnia italiana è la maggiore società petrolifera del Paese e ha in mano l’estrazione del petrolio e soprattutto del gas, convogliato dentro alla pipeline Greenstream che collega la Libia all’Italia. Non solo: l’Eni fornisce circa l’80% della luce elettrica consumata nel Paese quindi svolge un ruolo vitale. L’Eni in Libia come altrove ha la sua politica estera e di sicurezza: il suo capo Descalzi è stato recentemente a Tripoli con il ministro degli esteri Di Maio ma non ha certo bisogno di lui per alzare il telefono e parlare direttamente con i leader africani e mediorientali che contano, cosa che del resto avviene quasi ogni giorno.

L’obiettivo dell’Eni è quello di raddoppiare o anche triplicare la portata del gasdotto che significa anche ridurre la nostra dipendenza dalle forniture della Russia, un aspetto che agli americani fa molto piacere visto che vorrebbero applicare sanzioni alla compagnie che lavorano al completamento del Nord Stream 2, la pipeline che collega la Russia alla Germania.

E veniamo alla questione geopolitica che riguarda noi e la Libia. Su questo i media italiani e in particolare le tv versano in stato confusionale. In Libia l’Italia ha subito la più grave sconfitta italiana del dopoguerra, ovvero la distruzione del regime Gheddafi voluta nel 2011 da Usa, Francia e Gran Bretagna. Soltanto sei mesi prima, il 30 agosto 2010, Gheddafi veniva ricevuto dal governo Berlusconi in pompa magna a Roma per certificare accordi del valore di oltre 50 miliardi di euro. L’attacco iniziato dalla Francia a Gheddafi venne fatto senza neppure farci una telefonata mentre gli americani usavano le nostre basi in Sicilia per i rifornimenti aerei e i bombardamenti. Un mese dopo l’Italia, su decisione del presidente Napolitano, si univa ai raid della Nato contro il suo più importante alleato nel Mediterraneo perdendo, ovviamente, ogni credibilità sulla Sponda Sud. Una neutralità “attiva” come fece la Germania sarebbe stata preferibile.

Draghi con una visita a Tripoli non poteva certo rimediare a questo disastro che ha poi condotto alla disgregazione del Paese, alla spaccatura tra Tripolitania e Cirenaica, all’ascesa dei gruppi jihadisti e dell’Isis, all’intervento di potenze globali e regionali che si sono fatte la guerra sulla Quarta Sponda.

L’infinita transizione libica, rappresentata dal nuovo governo di unità nazionale, è essenzialmente questa: dietro la nascita del governo libico e del rinnovato fronte atlantista c’è una sconfitta militare derivata dallo scontro tra due coalizioni.

La prima, costituita da Turchia e Qatar, ha fornito sostegno bellico e finanziario per difendere il governo tripolino affiliato ai Fratelli musulmani. La seconda, formata da Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, ha appoggiato l’offensiva fallimentare del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. In questo secondo fronte era schierata anche la Francia che però quando ha visto la mala parata di Haftar si è riposizionata usando i canali europei e ha inviato a Tripoli il suo ministro degli esteri Le Drian nella “trojka” diplomatica di Bruxelles insieme a Di Maio e al tedesco Maas.

Il tutto condito dal fresco rinnovo della missione navale europea Irini, incaricata dalle Nazioni Unite di attuare l’embargo sulle armi in Libia e guidata da Roma. Una missione che potrebbe evolvere anche nel monitoraggio del cessate il fuoco, cosa non esclusa anche da Josep Borrell l’alto rappresentante della politica estera europea.

La situazione libica sul campo per il momento è quella di uno stallo intorno a un sorta di “Linea Maginot”. Dopo la sconfitta, i miliziani di Haftar e i mercenari russi della Compagnia Wagner si sono ritirati al confine tra Tripolitania e Cirenaica, scavando una lunga trincea nel deserto con una trentina di postazioni difensive che da Sirte arrivano alla base aerea di Jufra, dove la Russia ha portato dalla Siria decine di aerei da combattimento riverniciati senza insegne: una Maginot progettata da chi non ha alcuna intenzione di andarsene dalla Libia. Il ritiro di truppe e mercenari stranieri al momento appare assai improbabile.

Questa trincea è diventata con l’amministrazione Biden una sorta di “cortina di ferro” libica da sgretolare: il segretario di stato Usa Antony Blinken – che durante l’amministrazione Obama fu nel 2011 un grande sostenitore dei raid Nato contro Gheddafi, una “vittoria” che consegnò il Paese alle fazioni islamiste – non ha fatto mistero di non gradire per niente la presenza della Russia e ha chiamato a raccolta la Nato e gli europei per contrapporsi a Mosca.

Come la vicenda militare ha chiarito con lo scontro in Libia tra Turchia e Russia (già esteso a Siria e Azerbaijan), gli italiani qui non sono più protagonisti e Draghi è andato a Tripoli da “atlantista”, in condominio con gli europei e i turchi. Anche qui siamo di fatto pedine della nuova guerra fredda e di conflitti voluti e gestiti da altri. Sarebbe illusorio pensare che può tornare una Libia “italiana”


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