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Un centro di detenzione per migranti in Libia

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Questa è un’Europa senza frontiere, dove non si gioca, né si fanno concorsi canori – con il ridicolo intervento del ministro degli esteri francese – ma per arrivarci si muore, ogni giorno. E se anche un moderato come il premier Draghi non ne può più della mancata solidarietà europea sul ricollocamento migranti e cerca di scuotere Bruxelles vuol dire che siamo già oltre i limiti. Ma l’Europa non si smuove neppure davanti alle foto, citate dallo stesso Draghi, dei corpi dei bambini che affiorano sulle spiagge di Zuara e volta la testa dall’altra parte.

Ecco che cosa non vuol vedere l’Europa. La giornalista Nancy Porsia – esperta di Libia e più volte minacciata per la sue di inchieste sui trafficanti – ci informa sui giornali e i social media che nelle ultime due settimane da Zuara, città nell’estremo Ovest sulla costa libica, sono partiti almeno venti barconi.

E per quale motivo lo sappiamo sempre in ritardo? Strano davvero, visto che le navi militari europee della missione Irini incrociano davanti alla Libia, che siamo dotati di aerei, radar, droni, sistemi sofisticati di intercettazione e controllare la costa non dovrebbe essere una missione impossibile. O siamo dei cialtroni che buttano quattrini a casaccio oppure non vogliamo vedere, che probabilmente è l’ipotesi più credibile. Se volessimo salvare i migranti o impedire le loro partenze sulle carrette del mare potremmo farlo subito, non aspettare che affoghino tra i flutti o arrivino a Lampedusa.

In questi anni l’Unione e l’Italia, consapevoli ma incuranti del tragico gioco dell’oca cui sono costretti i migranti in Libia – buttati in mare dai trafficanti, ripresi a volte dalla guardia costiera e gettati in campi di concentramento – mandano soldi a pioggia in Libia senza ottenere nulla. E ora la mafia che governa i traffici ma anche il Paese si è rimboccata le maniche e in vista della stagione favorevole ha deciso che è il momento di rimpinguare il fatturato. Sarà un’altra magnifica estate.

La questione dei migranti è emblematica di come l’Unione europea, pur di non fare nulla, sia disposta in Libia a tollerare un regime mafioso e fuorilegge. La Libia non accetta le convenzioni internazionali sui rifugiati e considera tutti i migranti dei clandestini, privi di ogni diritto, quindi ne fa quello che vuole. Eppure Paesi come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che nel 2011 decisero di bombardare e far fuori Gheddafi, un minimo di responsabilità dovrebbero averla. Certo Usa e Gran Bretagna sono fuori dall’Unione ma non si vede perché questi Paesi della Nato non debbano essere chiamati a rimediare i danni enormi che hanno fatto precipitando non solo la Libia ma l’intero Sahel nell’anarchia più totale.

Tra l’altro nel Sahel è in corso una guerra contro il jihadismo che sta volgendo al peggio, visto che l’area è sempre più instabile: in Chad è morto per le ferite riportate sul fronte il presidente Deby e tre giorni fa tra i golpisti del Mali c’è stata una resa dei conti che ha fatto fuori presidente e primo ministro. Qui se ne parla poco ma di tutto questo ce ne accorgeremo presto, visto che l’Italia sta aprendo una base militare in Niger, a Niamey, e manderemo elicotteri d’attacco in Mali. È per questa ragione che Macron adesso mostra una certa sensibilità alle posizioni italiane sui migranti: stiamo per dare una mano alla Francia che in Africa ha un contingente militare di 5mila uomini e dove Parigi ha registrato dozzine di morti tra i suoi soldati.

Ma sulla Libia non si vuole intervenire e l’Europa è disposta pagare i libici, come già fa con la Turchia di Erdogan, che tra l’altro occupa la Tripolitania, pur di voltare la testa dall’altra parte. E’ disposta anche a pagare l’Italia, probabilmente, purché qui smettiamo di rompere le scatole sui migranti che muoiono in mare. Si continua a discutere di rinnovare gli accordi con la mafia libica e non importa la sofferenza delle vittime, le violazioni dei diritti, la morte. Diamo soldi a personaggi e governanti libici che – con noi complici – dovrebbero stare alla sbarra del tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità.


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