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Ursula Von Der Leyen

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Tempo di lettura 3 Minuti

Che il vertice sia in “presenza” è una mezza bugia: solo delegazioni ufficiali, niente giornalisti. In una settimana, dall’ammainabandiera in Afghanistan al G-7 della Cornovaglia iniziato ieri, gli strateghi occidentali tentano di mascherare i loro decennali fallimenti e trasformarli in un successo di facciata. Madamina, il catalogo è questo, direbbe il Don Giovanni di Mozart.

In Afghanistan dopo 20 anni il Paese rischia di cadere di nuovo sotto i talebani, in Iraq la guerra del 2003 contro Saddam Hussein fece precipitare il Paese e il Medio Oriente nel caos, la guerra in Libia del 2011 a Gheddafi ha portato il Paese alla frammentazione, con la Turchia e la Russia a spartirsi Tripolitania e Cirenaica, in Siria la guerra con i jihadisti ad Assad ha spinto Mosca sulle coste del Mediterraneo.

Per non parlare della guerra in Yemen dove l’Occidente ha foraggiato fino a ieri sauditi ed emiratini per fare stragi soprattutto di civili. E poi, naturalmente, il nodo maggiore: la sfida con la Cina, sospettata di avere lasciato diffondere la pandemia che ha messo il mondo in ginocchio.

Al G-7 sull’Afghanistan non possono non fare finta di nulla. È probabile che a riempire il vuoto lasciato da Usa e Nato sia il caos. Quanti Afghanistan verranno ancora? Più che un cronista di guerra qui ci vuole un curatore fallimentare per certificare l’ingloriosa chiusura dell’”esportazione della democrazia”.

L’ammainabandiera italiano in un desolante hangar di Camp Arena a Herat è stata la striminzita scenografia del fallimento di una generazione di politici e strateghi da strapazzo che porta la responsabilità di centinaia di migliaia di morti, di soldi buttati al vento, di risorse umane e materiali sprecate.

E le sconfitte si pagano, soprattutto quelle afghane, Basti pensare al ritiro dell’Urss nell’89 che segnò l’inizio della fine per l’”impero rosso”. Quanto all’Italia _ basti pensare alla Libia _ da questi interventi militari ha ricevuto solo danni e beffe dai suoi stessi alleati che hanno fatto fuori il suo maggiore partner nel Mediterraneo sprofondando nel caos la sponda sud, fino a oltre il Sahel.

Noi italiani dobbiamo stare attenti a non cascarci ancora, visto che al G-7 in Cornovaglia si profila un incontro tra il presidente Usa Biden e il premier Draghi. In questi anni gli americani di promesse ce ne hanno fatte tante, in primo luogo affidarci la “cabina di regia” in Libia.

Lo ha fatto Obama con Renzi e Gentiloni, poi Trump con Conte. In cambio l’Italia partecipava a tutte le missioni internazionali americane e della Nato, dal Medio Oriente all’Africa all’Afghanistan. Nella speranza, assai mal riposta, che ce ne venisse qualche vantaggio. La realtà è stata ben diversa. Ora in Tripolitania comanda Erdogan e in Cirenaica la Russia insieme all’Egitto e agli Emirati sostengono il generale Khalifa Haftar.

L’Italia adesso si prepara ad andare in Sahel, aprendo una base militare a Niamey capitale del Niger, e a schierare elicotteri d’attacco in Mali per dare una mano ai francesi e alle nazioni africane impegnate contro il jihadismo, in una situazione paradossale. Perché non sappiamo neppure bene chi governa questi Paesi, dal Chad, dove Idris Deby è stato fatto fuori, al Mali dei generali golpisti che fanno e disfano governi sotto l’impulso delle correnti fondamentaliste.

Ma noi vogliamo essere presenti, portare in giro il marchio delle nostre industrie militari, darci un’aria importante, sederci al tavolo a fianco di Paesi che ci guardano in realtà come concorrenti non come alleati.

Si parlerà di questi argomenti al G-7? Sappiamo che i leader chiederanno all’Oms un’indagine nuova e trasparente dell’Oms sulle origini del coronavirus. Ma sul resto avremo ben poche informazioni. Come ci avverte Marco Varvello, corrispondente da Londra della Rai, un veterano di questi vertici. In Cornovaglia, sulla sperduta punta occidentale dell’isola britannica, i giornalisti sono tenuti a debita distanza.

Il Media centre è relegato a una sessantina di chilometri, nella cittadina di Falmouth. Un’ora di auto lungo le strette strade della Cornovaglia. Così il primo vertice in presenza del dopo pandemia per i giornalisti rimarrà molto virtuale. Insomma la prima bugia di questo G-7 è questa.


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