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Mario Draghi presiede i lavori della seconda giornata del G20 per l'accordo sul clima

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IL G20 porta in dote un delicato accordo sul clima, Un accordo che, però, risente del blocco generato da Cina, India, Russia e Arabia Saudita che di fatto non sembrano disponibili a grandi concessioni in tema di riduzione delle emissioni.

Si sarebbe raggiunto un compromesso sul tetto massimo di 1,5 gradi di riscaldamento globale con l’obiettivo del raggiungimento delle zero emissioni “entro metà secolo”: «Ci impegniamo a ridurre significativamente le nostre emissioni collettive di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali e rispettando i nostri NDC (gli impegni presi da ogni Paese)» recita il comunicato stampa finale che aggiunge: «Riconosciamo che le emissioni di metano rappresentano un contributo significativo al cambiamento climatico e riconosciamo, in base alle circostanze nazionali, che la sua riduzione può essere uno dei modi più rapidi, fattibili ed economici per limitarlo». Le “circostanze nazionali” citate sono una sostanziale concessione alla Russia, per la quale il metano è un pilastro economico e strategico».

Una finezza giuridica da rimarcare è che non si parla più di 2050 come data obiettivo bensì di un generico “metà secolo”, non è una caso quanto piuttosto la volontà di mantenere una certa genericità frutto della reale distanza ancora esistente tra i vari Paesi, basta pensare che da un lato la Cina voleva spostare la deadline avanti di 10 anni al 2060 e l’India addirittura non ha voluto assumere sul punto impegni precisi di alcun genere.

Questa concessione è la sostanziale conferma del principio fondamentale, ricordato da tutti i leader durante la sessione del G20ossia le responsabilità “comuni ma differenziate” da parte dei Paesi, sottolineando la necessità di aiutare in modo particolare i Paesi emergenti e a basso reddito ad affrontare i costi della transizione.

Per questo tra le misure previste anche un fondo da 100 miliardi di dollari per sostenere la transizione ecologica nei Paesi a basso reddito, ma anche un graduale azzeramento dei finanziamenti alle centrali a carbone e la riallocazione dei Diritti Speciali di Prelievo di nuova emissione verso i Paesi più bisognosi.

Come detto il maggior contrasto ad impegni più sostenuti giunge da Cina, India, Russia e Arabia Saudita ma anche molti leader di paesi meno “estremisti” da questo punto di vista fanno capire che la situazione prospettata difficilmente potrà essere mantenuta tanto adesso al G20 quanto a breve alla Cop26 dove gli accordi sul clima saranno la portata principale del vertice.

Il primo ministro britannico Boris Johnson, ad esempio e non è una citazione a caso visto che la Gran Bretagna è il Paese cui spetta la presidenza della Cop26, ha messo le mani avanti sostenendo che «bisogna essere molto modesti in questo momento» per quanto riguarda le aspettative sugli impegni presi per fare fronte ai cambiamenti climatici e «riconoscere quanto sia grande questa sfida».

Il vero rischio, dunque, è che ancora una volta, come accaduto a Napoli, il G20 prima e forse anche la Cop26 potrebbero rivelarsi due colpi mancati per il raggiungimento di un sostanziale e incisivo accordo sul clima.


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