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Forze speciali italiane

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Della missione militare italiana in Sahel, dove diamo la caccia ai jihadisti, non se ne parla proprio. Siamo laggiù in armi ma facciamo finta di niente. Eppure la presenza al Med Forum di Roma di Emanuela Del Re, rappresentante speciale per il Sahel dell’Unione europea, e anche di Staffan de Mistura, inviato personale del segretario generale per il Sahara occidentale, avrebbe dovuto risvegliare un po’ di interesse. Il Sahel – è stato detto – è un’area strategica per l’Italia. Vediamo perché.

Nell’ultimo decennio, in seguito ai tentativi di stabilizzazione della regione, promossi inizialmente da Francia e Stati Uniti come pilastro dell’offensiva anti-terrorismo, il Sahel si è rivelato un’area d’importanza vitale. La fascia saheliana, compresa fra il deserto del Sahara a nord e il territorio sudanese a sud, si estende dalla Mauritania al Senegal sulla costa atlantica e dal Sudan all’Eritrea su quella del Mar Rosso.

La vicinanza al Sahara ha reso il Sahel una regione di scambi e attraversamenti in cui gli stati fanno fatica ad imporsi, a fronte della frammentazione etnica e dell’estremismo religioso segnato dall’avanzata del jihadismo. Il mosaico di popolazioni che la compongono, dai Tuareg di origine berbera alle popolazioni arabe, insieme ai gruppi etnici subsahariani, ha generato tensioni e conflitti violenti dove si sono inseriti i gruppi armati di ideologia salafita-jihadista legati ad Al-Qaida e all’Isis, lo Stato Islamico.

Ma è l’attenzione per i flussi migratori diretti verso il Mediterraneo che ha fatto scattare l’impegno militare e politico italiano. L’Italia partecipa alla Task-Force Takuba che è schierata in Mali ma è operativa anche in Niger, Ciad e Burkina Faso. Un impegno importante e assai esteso. Si tratta di una missione internazionale di forze speciali a guida francese lanciata ufficialmente nel 2020 dal presidente Macron e basata sulla risoluzione 2359 del Consiglio di Sicurezza ONU del giugno 2017.

La partecipazione italiana prevede lo schieramento di un contingente di circa 200 militari, mezzi terrestri e veivoli, impegnati sia in attività di addestramento delle forze locali sia “nella ricerca ed individuazione di obiettivi in profondità”: in poche parole facciamo la guerra ai jihadisti della regione.

La presenza militare italiana in Sahel è giustificata da un obiettivo: aumentare i nostro peso politico nella gestione dei migranti perseguendo una stabilizzazione della frontiera meridionale, cruciale nell’accezione di “Mediterraneo allargato”. Per la Francia, che rimane la potenza europea più influente nel Sahel, l’invio del contingente italiano è funzionale alla condivisione degli oneri dal punto di vista militare, in un’area divenuta troppo estesa per l’Eliseo, e al contenimento delle ambizioni dei Paesi extra-europei (Russia e Cina).

Ecco uno dei motivi principali per cui Macron è venuto a Roma la scorsa settimana a lisciare il pelo dei governanti italiani con il Trattato del Quirinale. La Francia, che nel Sahel ha una presenza coloniale storica, punta al mantenimento del ruolo di interlocutore privilegiato con i Paesi della fascia saheliana. Un’influenza che si avvale della leva finanziaria rappresenta dal franco Cfa, il cui abbandono non ha portato a un reale cambiamento nell’equilibrio dei rapporti economici-monetari, e da una consistente presenza di aziende francesi, tra cui spiccano la compagnia petrolifera Total, che opera principalmente in Mali, Bolloré (infrastrutture portuali), attivo soprattutto in Nigeria, la compagnia meccanica Alstom e Orano, leader nel campo dell’energia nucleare che opera in Niger.

La volontà francese di consolidare la propria influenza nella regione è stata evidente quando, nel 2011, Parigi ha dato il via ai raid sulla Libia per sbalzare dal potere Muhammar Gheddafi, senza per altro farci neppure una telefonata. Approfittando del caos nel Sahel, i miliziani Tuareg del Mali lanciarono nel 2012 una nuova rivolta contro il governo centrale di Bamako e proclamarono l’indipendenza dell’Azawad, la regione nordorientale del Paese a maggioranza arabo-tuareg. L’allora presidente francese Hollande, per fermare l’avanzata dei ribelli Tuareg e dei gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaida, lanciò nel gennaio 2013 l’operazione Serval, avallata dalle Nazioni Unite. Una volta respinti gli islamisti, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu autorizzò il dispiegamento di una forza di 12mila caschi blu (operazione MINUSMA).

Dal 2014 è attiva l’operazione Barkhane, una missione militare anti-terrorismo che sostituisce Serval e prevede la presenza di circa 5mila soldati francesi. L’operazione coinvolge i Paesi francofoni appartenenti al G-5 del Sahel (Mauritania, Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad).

La Task-Force Takuba si inseriva inizialmente nel quadro di Barkhane, la cui conclusione è stata però annunciata da Macron nel giugno scorso. Dal momento che la Task-Force Takuba – approvata con il decreto missioni – è stata concepita per condurre azioni militari mirate, i soldati italiani saranno impegnati anche sul fronte “combat”, ossia negli scontri con i jihadisti. Ma tutto questo avviene senza che l’opinione pubblica italiana sia stata chiaramente informata e senza sollevare, per altro, il minimo interesse dei partiti politici. Per questo i francesi ci adorano.


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