Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov
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COME avevamo previsto, la Cina, su richiesta dell’Ucraina, è entrata a gamba tesa in Ucraina, accettando – immagino con entusiasmo – di occuparsi del conflitto con il ruolo di mediatore o, per la propaganda di Pechino, di costruttore di pace. Non si conoscono le reazioni di Putin. Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha continuato imperterrito a minacciare gli Stati che inviano armi letali all’Ucraina. Per sapere quali siano letali e quali no, occorrerebbe chiederlo a qualche disinvolto uomo politico italiano che, prima di cambiare opinione o, almeno, di starsene zitto per evitare di fare la figura del completo “pirla”, aveva usato tale differenziazione dopo aver fatto finta di averla sapientemente approfondita.
LE “PIRLATE” DI LAVROV
Lavrov, nella graduatoria delle “pirlate”, l’ha superato. Ha continuato a parlare della possibilità di una guerra nucleare. O dà di testa oppure è disperato per le botte che la Russia riceve in Ucraina. C’è da sperare che a Mosca i capi militari siano responsabili come lo fu il Chairman of the Joint Chiefs of Staff Usa, generale Milley, quando Donald Trump alla fine del suo mandato “giocherellava” con l’atomica.
Infatti, allora telefonò ai cinesi dicendo di non prenderlo sul serio, e che comunque lui non avrebbe eseguito un ordine tanto folle. Sono persuaso che i generali russi farebbero altrettanto. Essi sanno comunque che l’Occidente vuole fermare Putin e, al massimo, punirlo per dissuaderlo da altre aggressioni. Non vuole punire la Russia, a meno che non si metta a far la matta. Anzi, molti vorrebbero una Russia prospera ed europeizzata, alleata dell’Occidente nel suo confronto con la Cina.
IL FANTOCCIO FILORUSSO
Tra le novità delle ultime 24 ore, due mi sembrano particolarmente degne di commento. La prima riguarda il capo del “governo fantoccio” filorusso, che Putin intenderebbe imporre a Kiev al posto di quello guidato da Zelensky. Si tratterebbe di Viktor Yanukovyc, che sarebbe a Kiev in attesa degli eventi, cioè della “liberazione” di Kiev dopo la sua distruzione. Yanukovyc, nel 2013 presidente ucraino filorusso, è originario del Donbass. Era scappato a Mosca quando a Kiev aveva avuto successo la rivolta Euromaiden, scoppiata perché si era rifiutato di firmare la domanda dell’Ucraina di entrare nella Ue, come aveva promesso all’elettorato. Deve avere una bella “faccia tosta” per presentarsi in un’Ucraina bombardata e mutilata della Crimea e delle province secessioniste.
Ammesso – ma non concesso – che entri a Kiev, non scommetterei sulla sua sopravvivenza per più di qualche ora! Il secondo fatto è l’entrata in gioco della Cina. Dopo aver attribuito almeno parte della colpa del conflitto agli Usa e alla Nato (l’ha fatto anche qualche ineffabile generale italiano, criticando la visita in Ucraina del Segretario generale della Nato, perché «avrebbe fatto arrabbiare Putin!»), la Cina sta rapidamente voltando pagina. Il Trattato di “perenne amicizia”, firmato da Xi Jinping e da Putin il 4 febbraio, riflette una concezione diversa dell’amicizia che hanno i due. Come tutte le cose umane è mortale. Dura finché conviene. Di certo, anche Pechino non si aspettava né la resistenza ucraina, né la fermezza e unità dell’Occidente. Con la flessibilità e il realismo che contraddistingue la sua classe dirigente, si è subito adeguata alla realtà.
La Banca centrale cinese e quella Commerciale di Pechino hanno sospeso i finanziamenti in dollari alle banche russe. Continuano solo quelli in yuan, che rappresentano il 13% delle riserve di Mosca. Pechino cerca di sfruttare la questione ucraina come un’opportunità per accrescere la sua influenza nel mondo e il prestigio derivante dall’essere “costruttore di pace”. La Russia è in squeeze. In un negoziato non potrà dire di no alla Cina, rimasta la sua unica ancora di salvezza economica. Non potrà fare la difficile, pretendendo vantaggi inaccettabili per l’Ucraina. Vedremo come se la caverà la “professionale” diplomazia di Lavrov. C’è da augurarsi che l’Occidente non storca troppo il naso. Che non contrasti, cioè, la mediazione cinese.
I CALCOLI DI PECHINO
Vari sono i motivi che possono muovere la Cina a trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti. Primo: la Russia si è cacciata in un vicolo cieco. Tutto sommato alla Cina fa comodo. Comunque, non dispiace. L’ha già comprata in gran parte. Può farla divenire, senza costi, un suo junior partner, fornitore di materie prime a prezzi stracciati.
Secondo: aiutando l’Ucraina a mantenere la sua sovranità e integrità territoriale, la Cina (che non ha riconosciuto l’annessione alla Russia della Crimea) e facendo cessare il conflitto o, almeno, ottenendo un “cessate il fuoco” alle porte dell’Europa, fa un grosso piacere alla Ue, cioè al più ricco mercato mondiale in cui ambisce entrare. Fra la Russia e l’Europa, a Pechino conviene scegliere la seconda. Tanto Mosca non ha alternative. Che Dio salvi la Russia dai suoi “amici perenni” e dal guaio in cui Putin l’ha cacciata.
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