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Papa Francesco in partenza per l'Iraq

Tempo di lettura 5 Minuti

Questo è un viaggio nell’inferno e nella memoria. Oggi Papa Francesco è in Iraq, forse – si spera – l’unico evento non luttuoso nella storia di un Paese dove per la prima volta andai negli anni Ottanta per la guerra contro l’Iran e dove ho vissuto quella del ‘91, del 2003, le stragi dei Al Qaida e dell’Isis fino alla caduta di Mosul in mano al Califfato e alla sua liberazione nel 2017.

Insieme a siriani, palestinesi, libanesi, di ogni etnia e confessione, gli iracheni hanno sofferto e soffrono da decenni un calvario senza fine. I morti e i profughi si contano a milioni, le distruzioni inenarrabili: vite travolte e generazioni perdute, cresciute al buio, senza luce elettrica, senza scuole e nella costante paura di morire in ogni momento. La ricostruzione con i soldi del petrolio oggi appare come un bendaggio precario applicato a una ferita che continua a sanguinare.

Per quasi 40 anni insieme a tanti giornalisti, alcuni uccisi, altri non ci sono più, ne sono stato il testimone anche per coloro che allora non erano nati, o erano troppo giovani o troppo distratti. Ma la memoria qui è un flusso di sangue e di morte che non si lava neppure in generazioni.

LA TERRA DI ABRAMO

La terra di Abramo, culla delle religioni monoteiste, è quanto di più lontano ci sia della pietà e dalla pace. Qui non c’è spazio per la retorica perché una parola può significare la sopravvivenza o la morte. La dittatura micidiale di Saddam Hussein, con i suoi alleati e poi nemici delle monarchie del Golfo, quindi gli Stati Uniti con la guerra del ’91 e quella ancora più devastante devastante del 2003, sono i responsabili maggiori dell’inferno dove sono precipitati gli iracheni, musulmani, cristiani, yazidi, arabi o curdi che siano.

Papa Francesco va in Iraq perché è una delle culle del cristianesimo ma di cristiani ne troverà pochi: erano 1,3 milioni alla vigilia del conflitto del 2003 e ora sono al massimo 250-300 mila, non i 500-600mila di cui parlano i media. Per di più in gran parte profughi, rifugiati nel Nord: nella stessa Baghdad, dove c’erano dozzine di chiese, gran parte dei cristiani hanno lasciato da anni la capitale.

Eppure questo era un Paese che ai tempi di Saddam aveva un vice presidente cristiano, Tarek Aziz, che fu ricevuto persino da Papa Wojtyla prima che gli americani decidessero nel 2003 una guerra che scoperchiò il vaso di Pandora del Medio oriente che nessuno è più riuscito a richiudere.

Quando a Baghdad volevo incontrare Tarek bastava che lo aspettassi in chiesa la domenica dove arrivava per la messa con la moglie Violeta, molti ragazzi anche musulmani studiavano nelle scuole cattoliche ritenute tra le migliori e anche durante i bombardamenti le suore accudivano i bambini handicappati che nessuno voleva più.

Erano radunati in un piccolo convento: per non spaventarli nei loro lettini dove giacevano immobili le suore avevano raccontato loro che a Baghdad era iniziata una grande festa con fuochi artificiali che sarebbe durata a lungo. Andai a visitarli con Massimo Nava del Corsera. I bambini ci sorridevano felici della novità, ci festeggiavano, ci volevano stringere le mani, accarezzarci: quel giorno non riuscimmo più a scambiarci una parola e a guardarci negli occhi. E di ingiustizie e massacri in Iraq e altrove, dai Balcani e al Medio Oriente all’Africa, ne avevamo già visti tanti.

Ma l’impotenza di non potere salvare neppure una di quelle piccole vite già martoriate dal destino la sentivamo come un vergogna che non ci ha più abbandonato, neppure da anziani. Ma anche noi non avevamo più pietà, soltanto fame: un giorno sotto le bombe trovammo un pavone in un cortile e lo avremmo arrostito se non avesse portato sfortuna uccidere un animale sacro.

Ecco dove va il Papa oggi per tre giorni: viaggia nelle nostra vergogna, quella di avere contribuito o assistito passivamente all’abbandono e alla morte milioni di vite.

OSSA TRITURATE DAI CINGOLI

Fuori ci aspettavano anni di sangue e di stragi. E qui già ne avevamo viste. Negli anni Ottanta la guerra Iran-Iraq si era combattuta soprattutto nel Golfo e sulla linea del fronte dello Shatt el Arab: un milione di morti. I giovani martiri iraniani, soldati adolescenti, andavano all’attacco dei carri armati iracheni con il coltello tra i denti e al collo una chiave di plastica che rappresentava l’ingresso del paradiso.

Molto tempo dopo, durante la guerra del 2003, un anziano carrista iracheno che difendeva un ponte di Baghdad dagli americani mi raccontò che sentiva ancora nei suoi incubi il rumore delle loro ossa triturate dai cingoli. Lo vidi morire qualche settimana dopo, nell’aprile del 2003, spazzato via da un carro armato Abrams americano, dello stesso tipo che sparò all’Hotel Palestine facendo fuori due giornalisti.

Ma qui la guerra non la vince, definitivamente, mai nessuno. Il 9 aprile 2003 ero a piazza Firdous dove gli americani e pochi iracheni buttarono giù la statua di Saddam Hussein: intorno non c’erano più di 200 persone ma negli schermi delle tv di tutto il mondo apparivano come una folla immensa. Era quello che volevano gli Usa: un trionfo sul dittatore che poi si rivelò effimero.

L’ARRIVO DELL’ISIS

Viaggiavo verso Najaf e Nassiriya, dove ci fu la strage degli italiani, contando le teste mozzate ai bordi della strada. Sarebbe successo di nuovo qualche anno dopo quando nel Nord cominciò l’avanzata del Califfato e nel 2014 e mi trovai sul fronte di Makhmur a soli 40 chilometri da Erbil: anche qui andrà il Papa dopo Mosul e la piana di Ninive.

L’Isis allora arrivò a un’ora di auto da Baghdad: l’esercito iracheno si era liquefatto e a resistere erano rimaste le milizie sciite, i curdi e i pasdaran del generale Qassem Soleimani. Domani il Papa sarà a Najaf, dove c’è la cupola d’oro del tempio di Alì, cugino e genero di Maometto, per incontrare il Grande Ayatollah Alì Sistani, un religioso moderato, che nel 2014 benedisse la resistenza al Califfato delle milizie sciite.

L’Iraq non si può giudicare, si deve viverlo, almeno se hai la fortuna di tornare indietro e di raccontarlo. In un angolo c’è ancora la tessera che mi diedero gli americani per entrare nella Green Zone di Baghdad: dentro c’è un frammento del mio Dna da utilizzare per l’identificazione nel caso che il corpo fosse stato fatto a pezzi in un bombardamento, in un attentato o in un assalto jihadista. Mi sono chiesto un giorno se mai i potenti della terra riusciranno a raccogliere i frammenti di questo Paese e delle sue vite perdute: ma forse non sono neppure interessati a farlo.


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