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Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden

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DOPO l’inutile G-7 di ieri il bilancio è questo: agli Usa degli alleati importa poco e niente, e ancora meno importano gli afghani, altrimenti ci avrebbero pensato prima. C’è da fare un bilancio politico sulle strategie americane e occidentali e uno morale e umanitario. Partiamo dall’ultimo che ha sancito la fine dell’evacuazione alla data del 31 agosto.

La scadenza del 31 agosto non l’hanno decisa i talebani: in un primo momento Biden aveva indicato quella dell’11 settembre, il ventennale degli attacchi del 2001, per dare un significato simbolico al ritiro, poi, sentendosi sicuro di sé, ha anticipato al 31 agosto. I talebani saranno pure dei disgraziati ma la Casa Bianca ha agito in maniera pessima di fronte al crollo delle forze locali: gli Usa di Trump hanno trattato due anni a Doha e Biden aveva ancora il tempo di recuperare qualche margine di negoziato sul ritiro.

Perché non l’ha fatto? Perché questa è un storia di disfatte e bugie. Il capo della Cia Burns e anche quello dello stato maggiore avevano avvertito a fine luglio che il governo Ghani stava disgregandosi. Quindi avevano intuito che ci sarebbe stata una corsa degli afghani a uscire dal Paese. Ma gli americani non volevano fare nessun ponte aereo per salvare i collaboratori dell’Occidente, limitandosi a portarne fuori un numero limitato. “America First” era lo slogan di Trump, che significava: prima l’America e che gli altri si arrangino.

Lo slogan di Biden è “America is back”, l’America è tornata: sì, è tornata casa voltando le spalle agli amici e a tutti coloro che hanno creduto in una superpotenza “buona”, che difende i diritti umani e civili. Ma gli Stati, come diceva Churchill, non hanno amici, soltanto interessi. E gli Usa di Biden, che se la prendono giustamente con Mosca e Pechino sui diritti umani e civili, alla prova dei fatti hanno abbandonato al suo destino un Paese dove sono stati vent’anni. Quindi hanno poco da dare lezioni, visto che tra l’altro sono alleati di Paesi come Arabia Saudita e Pakistan che quanto a oscurantismo non sono secondi ai talebani.  I sauditi sono un regime di assassini di giornalisti e oppositori, i pakistani sono il maggiore sponsor dei talebani, anzi li hanno creati proprio loro.

Il bilancio umano e morale, almeno in cifre, è il seguente: il New York Times stima che gli afghani in pericolo per avere collaborato con l’Occidente siano 300 mila, fino a martedì ne sono partiti 70mila. Non si sa neppure una cifra precisa degli americani da evacuare: si pensa intorno ai 10mila, 4mila sono già usciti dal Paese. Ricordiamo che Biden  aveva detto, testualmente, di non sapere “quanti e dove fossero gli americani in Afghanistan”. Siamo di fronte a un presidente inadeguato e a un’amministrazione, dai civili ai militari, sgangherata ma soprattutto bugiarda, che ha volutamente ignorato i pericoli.   Del resto gli accordi di Doha con i talebani non erano un “deal” per la pace in Afghanistan come ha tentato di vendere Washington, ma un “exit deal”, un’intesa per uscirsene fuori dal Paese il prima possibile.

Di tutto questo anche la Nato (cioè pure noi) è stata complice. Per vent’anni l’Alleanza Atlantica è stata la maggiore protagonista dei piani per trasformare l’Afghanistan in un Paese filo-occidentale. La Nato ha addestrato le truppe, quell’esercito che si è liquefatto in pochi giorni, è stata la Nato che ha venduto all’opinione pubblica i “progressi” che si facevano in Afghanistan, mentendo clamorosamente per coprire una missione in gran parte fallimentare.  I nostri ministri della Difesa e degli Esteri andavano in Parlamento a raccontare che le cose non andavano male in Afghanistan. Si facevano belli volando a Herat per cerimonie retoriche che per altro duravano poche ore. Perché non sia mai che fermandosi un po’ di più si prendesse atto della realtà. Andavano a Herat per sfilare con il giubbetto militare davanti alle telecamere e prendersi un’abbronzatura afghana. Potremmo rimandarli laggiù senza biglietto di ritorno: tanto non ci servono.

Quanto alla politica estera americana, bene fa Draghi a puntare sul G-20, sulla Russia e la Cina, perché sugli Usa si potrà contare sempre di meno. Lo avevamo già visto con l’Isis in Iraq, con la Siria e soprattutto con la Libia, dove una sfilata di governi italiani farlocchi si è fatta vendere per anni da Washington la “bugia” della cabina di regia. Quanto alla politica estera di Biden eccola: è entrato alla Casa Bianca dicendo che avrebbe fatto una “politica estera per la classe media”.

Togliete l’aggettivo estera è avrete la verità: c’è solo una politica per la classe media. Soltanto americana naturalmente.


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