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Xi Jinping e Vladimir Putin

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CON il G-20 virtuale sull’Afghanistan Draghi ha centrato l’obiettivo ma senza la presenza Putin e Xi Jinping perché la Russia ha già fatto la sua contromossa: convocare un vertice a Mosca il 20 ottobre con la partecipazione dei talebani. In ogni caso è stata l’Unione europea a dare contenuti concreti annunciando con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aiuti un miliardo di euro per la popolazione afghana e i Paesi vicini.

Mentre Erdogan dichiara che «non può accogliere altri profughi» facendo intendere che è di nuovo pronto a passare alla cassa di Bruxelles che già gli eroga alcuni miliardi di euro. Da notare che l’annuncio di Roma è venuto poco dopo una riunione tripartita a Doha tra la delegazione europea e quella dei talebani, con la partecipazione anche di una rappresentanza degli Stati Uniti.

Si tratta della prima riunione tripartita in questo formato dalla presa di Kabul da parte dei mullah a ferragosto, una mossa diretta anche a contenere l’iniziativa di Mosca tra una settimana. Il risultato raggiunto al quale il premier italiano puntava da tempo era quello di trasformare il G20 da foro essenzialmente economico in un formato che allarga il suo raggio di azione per la prima volta ai temi geopolitici e strategici (dalle crisi regionali alla sicurezza alle pandemie) che influenzano direttamente anche l’economia globale.

Un processo simile a quanto accadde nel momento in cui il G7 si aprì al dialogo con la Russia sui temi politici divenendo G8. Il fatto che al G-20 di Palazzo Chigi non siano apparsi due dei protagonisti fondamentali della crisi afghana per il ruolo che esercitano negli equilibri della regione è ovviamente rilevante.

L’assenza di Putin e Xi già da sola indica la scarsa attenzione all’iniziativa della presidenza italiana del G20 che Mosca e Pechino vogliono confinare alle sole questioni economiche. Russia e Cina intendono condurre una diplomazia parallela a quella americana sull’Afghanistan, un dossier che – inutile negarlo – appare minore rispetto alla questione geopolitica essenziale in questa fase, ovvero la contrapposizione tra Pechino e Washington nel Pacifico aumentata con le tensioni su Taiwan.

Il fatto poi che non fosse previsto un comunicato finale del G20 su Afghanistan ma un “Chair summary”, cioè un verbale della presidenza, sottolinea che questo summit non aveva pretese immediatamente operative. La discussione si è quindi svolta in modo molto informale sui temi al centro dell’attenzione nella comunità internazionale come la questione dei profughi, i corridoi umanitari e il rispetto dei diritti umani in particolare per la condizione femminile.

Sul tavolo anche la questione dello sblocco fondi con un approccio teso a consentire il parziale scongelamento dei fondi, stimati in circa 2,5 miliardi di dollari, detenuti dalla Banca mondiale nell’ambito dell’Afghanistan Reconstruction Trust Fund (Artf) e la fornitura di aiuti umanitari: e questo senza avviare alcuna pratica di riconoscimento del governo dell’Emirato talebano. Ma anche su questo punto ci sono diverse ambiguità occidentali, oltre a quelle di Cina e Russia.

Sulla crisi afghana è molto attiva una diplomazia parallela per aprire un dialogo con il nuovo regime di Kabul. I rappresentanti dell’Unione europea hanno incontrato nel Qatar gli emissari dei talebani. Mentre una delegazione tedesca ha avuto a Doha un colloquio con la controparte afghana guidata dal ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Muttaqi. La delegazione tedesca composta dal rappresentante speciale per l’Afghanistan ed il Pakistan, Jasper Wieck, e dall’ambasciatore designato in Afghanistan, Markus Potzel hanno definito “una realtà” il nuovo governo talebano, aggiungendo che la Germania continuerà le sue relazioni con l’Afghanistan.

La delegazione talebana, per altro, ha assicurato alle autorità tedesche che sarà garantita la sicurezza dei diplomatici stranieri e delle agenzie umanitarie internazionali e, secondo i talebani, è stato concordato di proseguire i colloqui anche in futuro. L’incontro con la Germania si è comunque svolto dopo quello avvenuto sempre a Doha tra i talebani e una delegazione americana.

L’invito al summit russo, che si terrà una settimana dopo il G20 a Roma, è esteso anche a Cina, Pakistan, Iran e India, oltre che a una delegazione dell’Emirato di Kabul. Così il Cremlino esalta l’efficacia del suo modello autocratico nel contesto del Moscow format, un meccanismo di consultazione allargato ai tutti i protagonisti regionali.

La decisione del Cremlino di invitare a Mosca i rappresentanti dei talebani lancia un messaggio forte e chiaro all’Occidente. Avviene nel contesto della competizione tra i due modelli, quello delle cosiddette democrazie liberali – che pone l’enfasi sui diritti umani e ritiene impossibile normalizzare i rapporti con i talebani, almeno alle condizioni attuali – e quello tipicamente più “pragmatico” dei Paesi più autocratici.

Al momento nessuno dei Paesi occidentale ha un’ambasciata aperta a Kabul. Il loro approccio verso la crisi afghana si sviluppa attraverso aiuti che devono essere perlomeno etichettati come umanitari, per non favorire direttamente un regime che vìola platealmente una serie di diritti umani, in particolar modo quelli delle donne. Sono perfettamente consci del fatto che l’economia afghana è destinata a sprofondare senza aiuti esterni ma devono rispondere alla loro opinione pubblica riguardo ai finanziamenti.

Al contrario Cina, Pakistan e Russia hanno tenuto le ambasciate aperte. A grandi linee condividono le stesse preoccupazioni fondamentali degli occidentali, ossia il collasso socio-economico dell’Afghanistan e le relative ripercussioni sulla sicurezza. Anche loro hanno in mente di aiutare i civili, mantenere la stabilità ed evitare le recrudescenze del terrorismo, sia interno che internazionale. Ma i loro leader non devono rendere conto all’opinione pubblica e hanno maggiori margini di manovra nelle trattative con i talebani, aggirando l’ipersensibile dossier sui diritti umani.

Del resto Pechino e Mosca sono sempre le prime a spingere sull’utile narrativa del “si tratta di questioni interne che non devono interessare ai Paesi stranieri”, come nel caso di Hong Kong. L’obiettivo della Russia è far capire che il suo modello è più efficace di quello occidentale. È quindi probabile che i risultati che potrebbero emergere dal Moscow format saranno più tangibili di quelli di Roma non essendo i protagonisti soggetti alle stesse restrizioni degli aiuti occidentali.


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