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Un rider

Tempo di lettura 3 Minuti

Strade deserte, sulle quali sfrecciano biciclette guidate da giovani. Sulle loro spalle un enorme zaino cubico colmo di alimenti ancora caldi. Da un anno a questa parte un tale scenario è diventato comune.

Nell’epoca in cui si è spesso chiusi in casa per via delle restrizioni adottate per arginare il Covid, è cresciuto in modo esponenziale il numero di quanti si affidano al food delivery, ovvero alla consegna di cibo a domicilio.

Secondo quanto emerge dall’analisi Coldiretti/Censis, quasi quattro italiani su dieci (37%) hanno preso l’abitudine di ordinare cibo per telefono oppure online e farselo consegnare a casa. Quattro mesi fa l’Osservatorio di We Are Fiber, azienda specializzata nei servizi di assistenza ai clienti, ha certificato un aumento medio degli ordini del 40%, con picchi del 100%.

Quella dei rider è diventata così una professione figlia del nostro tempo. Spesso precaria, come del resto è precario e incerto il futuro scrutato con gli occhi della generazione Z. Ma in un’Italia in cui la disoccupazione giovanile è salita al 29,7%, il precariato forse non è più la principale preoccupazione di chi si affaccia al mondo del lavoro.

Come si diventa rider

Ecco allora che quella del rider è una possibilità alla portata di tutti. Non occorrono competenze specifiche, basta essere maggiorenni e aver assolto l’obbligo scolastico, talvolta essere anche in possesso di uno smartphone e di una bicicletta personali.

Non si hanno particolari vincoli e si può gestire il tempo in modo flessibile, combinando le consegne con lo studio o altri lavori. Tra i ciclofattorini si contano tanti giovani, spesso immigrati, ma anche italiani di mezza età che vedono in questa professione 2.0 un paracadute sociale.

Basta fare una veloce ricerca sul web inserendo su un motore di ricerca le parole chiave «diventare rider» per farsi un’idea di come sia facile proporre una candidatura alle tante aziende del delivery che operano in Italia.

Una volta che si viene ingaggiati, si accetta di avere un display come datore di lavoro. È necessario, infatti, installare sul cellulare una App che, quando il dispositivo è online, invia delle proposte di consegna. Per accettarle serve soltanto un semplice clic che dà accesso alla mappa con le indicazioni per la consegna.

La sentenza di Milano

Tutto facile, ma negli ultimi anni si sono anche allungate ombre su questa attività. «La schiavitù» deve finire: ha usato parole forti il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, per commentare la storica sentenza del mese scorso che prevede sanzioni per 733milioni di euro ad alcune aziende.

Le indagini, estese in tutta Italia, avrebbero consentito di «escludere in maniera tassativa», secondo i giudici, che siano garantite ai ciclofattorini autonomia e libertà di scelta su quando dare la propria disponibilità alle piattaforme.

Il meccanismo del punteggio assegnato a ogni rider, infatti, penalizzerebbe chi prende giorni liberi, si ammala, sceglie certi orari o è troppo lento nella consegna. La procura di Milano ha così dato ad alcune aziende 90 giorni di tempo per inquadrare gli attuali collaboratori occasionali come cococo, con relative coperture previdenziali, la malattia, le ferie, i congedi, la disoccupazione e il Tfr.

Intanto per il 26 marzo una rete sindacale di rider ha indetto uno sciopero nazionale per chiedere al più presto il riconoscimento di questi diritti: vuol dire che per molti le tutele sul lavoro sono ancora una viva preoccupazione.


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