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In questa giornata di sole, guardando fuori dalla finestra, mi piacerebbe che fosse tutto di nuovo come prima. Un prima che sembra lontano un secolo e invece si tratta solo di qualche giorno fa. Vorrei che quella normalità che ci sembrava così banale e scontata, che a volte riusciva perfino ad annoiarci, improvvisamente ci potesse travolgere di nuovo.

Così il mio pensiero più doloroso, più forte e partecipato, va a tutte le persone che oggi perdono i propri cari senza riuscire a star loro accanto, come invece da sempre tutti siamo abituati a fare, ognuno a modo suo, certo, ma è l’ultimo saluto che ci permette di far loro quel sorriso, dare quel bacio, sentirci in qualche modo a posto o cercare di farci perdonare o semplicemente di saper ascoltare quelle sue ultime parole.

In questi giorni ho visto qualche personaggio famoso che ha mostrato sui social la sua voglia di non partecipare a questi momenti comuni che ci vedono coinvolti nel cercare uno sprazzo di normalità, un tentativo corale di farci forza tutti insieme.

Qualcuno ha detto che non c’è niente da festeggiare, nulla da cantare dai balconi, dopo aver visto la carovana di camion dell’Esercito trasportare le bare delle persone morte di COVID-19 dal cimitero monumentale ai forni crematori di altre città, perché Bergamo al collasso non riusciva più a gestire la situazione e le attese per le cremazioni avevano ormai superato la settimana. Una triste, tragica e silenziosa carovana che ci ha dato ancora di più il senso vero di questo assurdo che stiamo tutti vivendo. E in quella massima solitudine quelle persone ormai scomparse non hanno potuto essere accompagnate dai loro cari nell’ultimo saluto sulla nostra Terra.

È difficile in questo momento di così grande dolore dare risposte, definizioni, etichettare. È una situazione che mette a dura prova la pazienza, la generosità, i limiti, l’altruismo e l’egoismo di tutti, in una centrifuga di sentimenti che non trova pace. È nei momenti di grande difficoltà che si vedono le qualità delle persone. È complicato adesso credere con forza alle parole di Phyllis Bottome quando dice che ci sono due modi di affrontare le difficoltà: modificare le difficoltà o modificare te stesso in modo da affrontarle. Eppure stiamo cambiando nostro malgrado, stiamo cercando tutti un modo per non perdere la speranza.

Allora non mi resta che pensare e immagine che il personale sanitario – i medici, gli infermieri, gli Oss e tutti quanti – abituati molto spesso ad avere a che fare con parenti innervositi dalle difficoltà che sta attraversando un loro caro, si trovino questa volta a sostituirli del tutto in un compito delicato e durissimo. Stare con chi soffre e se ne sta andando, nonostante l’essere sconosciuti, diventare l’ultima persona che terrà per mano quell’uomo o quella donna, che sperano di rintracciare negli occhi di quel medico o di quell’infermiere l’ultimo sorriso di un nipotino o lo sguardo di un figlio che non possono essere lì, a quel capezzale. E così quegli sconosciuti infermieri diventano dei messaggeri. E quando è loro possibile prendono un telefonino, un tablet, qualcosa che attraverso uno schermo e una connessione possa almeno tentare di dare un piccolo, ultimo conforto attraverso un’immagine, un video, il suono di una voce cara. Chissà quanti di loro hanno affidato a quella persona in camice bianco o verde le loro ultime parole d’affetto, di memoria, di consiglio, di protezione, di perdono o di raccomandazione, sperando che non vadano perse, che possano essere consegnate.

E allora, alla luce di tutto ciò, in questo pomeriggio di sole prima che arrivi il tramonto e poi la difficoltà di un’altra notte, non mi rimane che provare a mia volta a farmi custode di quel dolore muto. Ricordiamo le persone che abbiamo amato e ci hanno amato per tutto quello che comunque nel modo più bello ci siamo scambiati. Amate e lasciatevi amare, sarà il modo più bello di salutarvi per essere sempre ricordati ovunque voi siate, perché solo l’amore che abbiamo dato in qualche modo ci rende immortali.


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