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Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov

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Dalle stelle al grano e… alle stalle. La competizione delle grandi potenze, fino a pochi mesi fa, sembrava si dovesse giocare sulle missioni spaziali, e invece, dopo 103 giorni di guerra in Ucraina, il futuro è affidato ai preziosi carichi di cereali fermi nei porti del Mar Nero. Il conflitto ha riportato l’attenzione sui prodotti della terra come elemento centrale per la sopravvivenza dei popoli e per la pace.

Per questo la notizia diffusa dal quotidiano russo Izvestia su un accordo tra Mosca e Kiev e la mediazione di Ankara sull’apertura di un corridoio per trasportare il grano fuori da Odessa ha riavviato speranze e mercati. Domani sarà una giornata cruciale: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha dichiarato che nella visita in Turchia discuterà a fondo i meccanismi per sbloccare le consegne di grano dall’Ucraina, mentre già ieri sono stati avviati i negoziati sulle movimentazioni. Nella stessa giornata è in programma anche il vertice ministeriale Mediterraneo sulla sicurezza alimentare, promosso dalla Farnesina: un confronto tra 23 Paesi della sponda europea e africana del Mediterraneo e 7 organizzazioni internazionali.

RIPERCUSSIONI MONDIALI

Si lavora dunque su tutti i fronti, anche se il clima resta comunque rovente. Mentre, infatti, veniva diffusa la notizia di una possibile soluzione, sempre ieri gli Usa hanno lanciato nuove accuse alla Russia. In particolare Washington avrebbe allertato 14 Paesi, soprattutto africani, sull’invio di spedizioni russe di grano rubato agli ucraini, ponendo così una questione etica sull’utilizzo di tali prodotti. Si tratterebbe, sempre secondo fonti governative americane, di 500mila tonnellate di frumento, per un valore di 100 milioni di dollari, trasferite nei porti della Crimea e da lì avviate all’esportazione.

La questione è delicatissima poiché i Paesi destinatari del carico sono sull’orlo di una gravissima emergenza alimentare, come è stato più volte ricordato in questi giorni. «Rischiamo – ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – che scoppino nuove guerre a migliaia di km di distanza dall’Ucraina a causa del fatto che la Russia con le navi militari sta bloccando l’export di grano dai porti ucraini».

Di Maio ha anche ricordato che l’Italia lavora con un’iniziativa che coinvolge tutti i paesi del Mediterraneo, i partner, le agenzie delle Nazioni Unite «per trovare una soluzione che eviti una crisi alimentare che provocherà maggiori flussi migratori verso l’Italia».

«Dopo 100 giorni di guerra mancano 3 milioni di tonnellate di grano e 12 milioni di tonnellate di mais – dice Maurizio Martina, vicedirettore aggiunto della Fao (ed ex ministro dell’Agricoltura) – che dovrebbero uscire dall’Ucraina e che ci attendiamo che escano, oltre ai circa 20 milioni di tonnellate di mais e grano bloccate nei porti del Mar Nero che rischiano di marcire».

Per Martina, comunque, i corridoi sono una possibilità, ma non bastano, perché consentono il trasporto di quantità limitate.

LA POLVERIERA AFRICA

I riflettori restano puntati comunque su Odessa e sull’apertura di quella via alternativa che, oltre a rappresentare un primo segnale distensivo, potrebbe essere la salvezza per molti Paesi africani. La Nigeria, per esempio, sta attraversando giorni drammatici: prima i morti in chiesa in occasione di una distribuzione gratuita di cibo, poi l’attentato terroristico, sempre in una chiesa.
Fame e carestia aggravano il profondo disagio che diventa così terreno sempre più fertile per attacchi come quello di due giorni fa. Tra l’altro si sarebbe ipotizzato, tra le motivazioni dell’attentato, anche un conflitto locale per il controllo delle risorse idriche strettamente connesse, in un’area desertificata, alla produzione di cibo. Si tratta dunque di aspetti diversi di un’unica emergenza, quella alimentare. Ecco perché il grano prodotto nei territori di guerra è strategico per non infiammare ancora di più il continente africano e alimentare così i flussi migratori.

L’apertura di un corridoio per far uscire le navi cariche di grano da Odessa è importante – ha commentato la Coldiretti -per salvare dalla carestia quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione e che risentono quindi in maniera devastante dell’aumento dei prezzi dei cereali causato dalla guerra, ma anche per ridurre l’inflazione in quelli ricchi.

L’organizzazione agricola ha ricordato che sono in arrivo i nuovi raccolti, pari a 19,4 milioni di tonnellate, in calo del 40%, che devono trovare spazio nei silos pieni del vecchio grano. L’Ucraina, collocandosi al sesto posto tra gli esportatori mondiali, è infatti tra i principali player.

Intanto i prezzi continuano a salire, e non solo quelli del gas. Se l’oro cala, il grano duro sulla piazza di Amsterdam ha segnato ieri ancora un aumento del 4,4%. A livello mondiale nell’ultimo anno, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Fao, i prezzi delle materie prime alimentari sono schizzati in alto del 34%, con rialzi per il grano soprattutto, ma anche per latte, formaggi e zucchero. Con l’aumento dei costi dei mangimi, infatti, sono diventati più cari i prodotti della stalla, con rischi di sopravvivenza per gli allevamenti italiani, piegati anche dalla pesante bolletta energetica.

Per quanto riguarda il grano, un prodotto particolarmente sensibile, la guerra con lo stravolgimento dei mercati ha praticamente modificato le rotte. A Bari, ha fatto sapere la Coldiretti pugliese, sono arrivate in questi giorni una nave croata battente bandiera panamense e due navi francesi con bandiera liberiana, mentre sono rarefatti gli arrivi di navi canadesi, australiane e, naturalmente, russe.

IL PESO SULLE FAMIGLIE

In Puglia, che resta il granaio nazionale, produrre grano con il raccolto ormai alle porte – ha evidenziato l’organizzazione agricola regionale – è costato agli agricoltori fino a 600 euro in più a ettaro. Il caro-costi, infatti, ha pesato di più proprio sui cereali, dal frumento al mais. A mettere a rischio i raccolti è ora intervenuta la siccità, in particolare in alcune aree delle province di Bari e Foggia.

Una situazione che, secondo Coldiretti Puglia, rischia di aumentare la dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti agroalimentari. E sarebbe una grave perdita in termini di quantità (un quarto del grano nazionale è targato Puglia), ma anche di qualità, perché le migliori varietà selezionate, da Emilio Lepido a Furio Camillo, da Marco Aurelio a Massimo Meridio fino al Panoramix e al grano Maiorca, sono coltivate sul territorio pugliese.

E comunque un taglio dei raccolti sarebbe in questa fase devastante, perché metterebbe ancora più in discussione l’autonomia alimentare nazionale e appesantirebbe il carrello della spesa. Con i prezzi fuori controllo Assoutenti ha calcolato che complessivamente una famiglia di 4 persone spenderà nel 2022 circa 2.750 euro in più su base annua, di cui 562 euro aggiuntivi solo per mangiare.


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