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Ancora un venerdì nero per i prezzi del gas, che ha segnato ieri l’ennesimo rialzo dopo le riduzioni di flussi dalla Russia attraverso Nord Stream. All’hub olandese Ttf la crescita è stata del 3%. Mentre l’Eni ha fatto sapere che, a fronte di una richiesta giornaliera di gas pari a circa 63 milioni di metri cubi, Gazprom fornirà solo il 50% di quanto richiesto.

E mentre la situazione resta critica, l’Osservatorio Confcommercio Energia, in un’analisi realizzata con Nomisma Energia, ha lanciato ieri un nuovo allarme: «Il costo energia è fuori controllo per le imprese del terziario». Dai dati emerge infatti che tra gennaio e aprile 2022 il prezzo delle offerte elettriche è salito del 61%, mentre quello per il gas del 21%. Su base annua la spesa per il terziario viaggia su incrementi tra il 110 e il 140%. Per gli autotrasportatori, secondo l’osservatorio Confcommercio, la bolletta sarebbe schizzata a 37 miliardi, con un aggravio di 7 miliardi rispetto al 2021.

COSTI ALLE STELLE

Un albergo può arrivare a sostenere un caro bolletta elettrica del 76%, + 57% per un ristorante e +70% per un negozio alimentare, mentre per quelli non alimentari potrebbe schizzare al +87%.

Non meno gravosa la spesa per il gas, che tra il 31 gennaio e il 30 aprile di quest’anno, sempre per le imprese del terziario, punta verso aumenti del 34%. E ancora una volta sotto schiaffo si ritrovano alberghi, ristoranti e bar.

Ma il conto è pesante anche per le famiglie, alle prese con bollette di luce e gas raddoppiate: 59 miliardi a fronte dei 32 miliardi del 2021, con un “buco”, dunque, di 27 miliardi che dovrà essere recuperato sui consumi. La spesa media per l’elettricità, ha stimato lo studio, passerà dai 540 euro dello scorso anno a 1.116 euro, più del doppio, per il gas da 703 euro a 1.028 euro.
Per il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, «l’incognita guerra e la crescita inarrestabile della spesa energetica frenano la ripresa».

L’allarme scatta anche sul fronte agricolo. Per Coldiretti si tratta di uno tsunami da 9 miliardi per le imprese del settore agricolo e alimentare, che assorbono in un anno l’11% dei consumi energetici per un totale di 13,3 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti.

Oltre all’energia si sono impennati, per effetto della guerra in Ucraina, i costi dei concimi (+170%), dei mangimi (+90%) e del gasolio (+129%). Si deve spendere di più anche per la carta degli imballaggi e delle etichette, per il vetro, il tetrapak e la plastica, dove si arriva addirittura a un balzo del 70%.

Le tariffe per il trasporto su gomma sono cresciute del 25%, ma è particolarmente preoccupante, secondo Coldiretti, la situazione per container e costi marittimi, con rialzi super dal 400 al 1.000%. E poiché in questo momento non sembra esserci una sola pedina che sia collocata al posto giusto, a peggiorare il quadro è intervenuta la siccità, che per la verità non sta piegando solo l’Italia ma il mondo intero. Per l’agricoltura questo vuol dire aggiungere costi a costi, perché bisogna azionare l’irrigazione di emergenza e refrigerare le stalle, ma anche spendere di più per tutti i lavori in campo. In una giornata segnata da una colonnina di mercurio infiammata è stata “celebrata” la giornata mondiale della desertificazione e siccità.

PRODUZIONI TAGLIATE

È la grande sete che porta disastri e razionamenti. A essere assediati sono i campi, le industrie e i cittadini. E non si salva nessuno, secondo la mappa stilata dalla Coldiretti. Dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alla Calabria, dalla Toscana alla Puglia è un bollettino di guerra.

In Lombardia, in alcune province, lo spettro è il razionamento dell’acqua potabile, mentre sono a rischio le coltivazioni di orzo e frumento con cali delle rese fino al 30%. Stesso crollo per foraggi, ma anche frutta e uva da vino in Piemonte. In Sicilia , nella Piana di Catania , sono a secco gli agrumi, ma in tutta la regione gli agricoltori si stanno attivando con irrigazioni di soccorso per salvare fichidindia e ortaggi. La Coldiretti Puglia ha valutato per la regione un danno di 70 milioni. Anche nel granaio d’Italia giù del 30% le rese del prezioso cereale, ma si perde anche il 25% dei legumi.

E non va meglio per ortaggi e frutta, in particolare le ciliegie, e per il settore olivicolo dove risulta compromesso il 40% delle olive. Tagli del 20% per il grano campano. Sempre al Sud soffrono gli uliveti e gli agrumeti calabresi, nella provincia di Crotone è allarme per gli ortaggi. Taglio del 40% della produzione in Basilicata per i cereali che tocca il 60% per i foraggi. Stesso scenario di zolle inaridite dal Molise al Lazio fino al Trentino.

E poiché sembra che davvero non dobbiamo farci mancare nulla, in Sardegna il caldo torrido ha scatenato le cavallette che stanno devastando 30mila ettari coltivati nell’isola: se continueranno a questo ritmo si potrebbe arrivare alla distruzione di 50mila ettari in poche settimane.

Un’emergenza non certo nuova per il nostro Paese, ma che si aggiunge alle difficoltà che si stanno fronteggiando su più fronti, in primis gli effetti devastanti della guerra con il carico di inflazione e di allarmi per la sicurezza alimentare a livello globale. Secondo un’analisi dell’Anbi (Associazione nazionale Consorzi gestione e tutela del territorio e acque irrigue) sono 200 i Paesi e 1 miliardo le persone interessate dal processo di desertificazione nel mondo, con situazioni più evidenti in alcune aree asiatiche, dell’Africa e Medio Oriente.

RISCHIO DESERTIFICAZIONE

Secondo l’Onu nel prossimo futuro 200 milioni di persone saranno costrette a lasciare le proprie terre in cerca di lidi più vivibili. Ma anche nell’Europa mediterranea il fenomeno si avverte e l’Italia sta scalando questa drammatica classifica, dove ci sono la Spagna con il 72% del territorio desertificato e la Grecia con il 70% destinato a inaridirsi.

Nell’analisi sulla vulnerabilità delle regioni italiane l’Anbi colloca al primo posto la Sicilia, con il 70% della superficie in difficoltà, seguita da Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%).
«Basta rincorrere le emergenze, serve una programmazione di medio lungo termine – ha detto ieri il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini nel suo intervento al convegno promosso da Terranostra – Se fosse stato realizzato il piano invasi che avevamo proposto con Anbi anni fa non saremmo a questo punto». Rassicurazioni arrivano da Pasquale Maglione, esponente M5S in Commissione Agricoltura della Camera. «Con i prossimi decreti e la legge di Bilancio 2023 – ha detto – torneremo a chiedere investimenti sul Piano invasi e su progetti più piccoli, ma diffusi sul territorio, come il piano laghetti».


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