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SIAMO ancora nel pieno della drammatica guerra in Ucraina che una nuova emergenza si affaccia all’orizzonte: si chiama Taiwan e rischia di essere ben più grave dal punto di vista delle implicazioni geo-politiche e militari. Se ne parla poco, soprattutto in Italia. Sono pochissimi coloro che hanno chiara l’entità della minaccia a cui andiamo incontro. Per tutte queste ragioni è importante fare chiarezza. Direi partendo dall’inizio: perché esiste una questione Taiwan.

GLI INTERESSI CINESI

È in verità un tema di lungo corso che risale al 1949, quando l’esercito di Mao ebbe il sopravvento nella guerra civile cinese e costrinse i nazionalisti a rifugiarsi nell’isola di Formosa: da allora il Partito comunista cinese reclama e ritiene Taiwan la sua 23ª provincia.

In verità, dal 1992 Pechino e Taipei riconoscono l’esistenza di “una sola Cina” comprendente quella continentale e l’isola; eppure, i due governi non sono d’accordo su chi debba amministrarla: per Xi Jinping, leader della Repubblica Popolare, l’unificazione dei due territori sotto la sua guida è la prerogativa del “rinnovamento della nazione” cinese.

Per Pechino, quindi, far rientrare Taiwan nell’alveo della Cina ha profonde radici storiche, quasi identitarie. Esistono tuttavia anche ragioni evidenti di natura geografica che giustificano questo spasmodico interesse del Partito Comunista per l’ex Isola di Formosa. Taiwan occupa infatti il centro di quella che è nota come la prima catena di isole, l’arco di atolli e strettoie marittime che va dal Giappone all’Indonesia e rende difficili i transiti delle navi commerciali e militari cinesi. In questo senso, Pechino vorrebbe usarla come scudo a protezione della costa sudorientale della Repubblica Popolare e piattaforma per spezzare la catena di isole di cui sopra che ostacola l’accesso diretto all’Oceano Pacifico.

L’AMBIGUITÀ USA

L’ambiguità strategica è stata invece il pilastro della politica americana su Taiwan da quando, nel 1979, gli Usa – allora desiderosi di separare gli interessi cinesi da quelli dell’Unione sovietica – scelsero, da un lato, di riconoscere ufficialmente una sola Cina e riconobbero ufficialmente Pechino (a discapito di Taiwan) e, dall’altro, vararono il Taiwan Relations Act, ovvero una legge volutamente vaga, secondo cui gli Stati Uniti non hanno un obbligo di difendere Taiwan in caso di attacco ma devono fornire le armi necessarie per la sua difesa.

Di fatto, quindi, Taiwan rappresenta un “ambiguo e non ufficiale avamposto armato americano” funzionale alla politica di contenimento della Cina nel Pacifico, dove gli Usa, come noto, vantano basi militari consolidate in Giappone e in Corea del Sud. Letto nella prospettiva delle due superpotenze, il tema di Taiwan è sempre stato spinoso e rilevante: la guerra in Ucraina ha tuttavia agito da detonatore. Nell’ultimo periodo, infatti, il governo di Taiwan ha alzato i toni e il tenore delle richieste nei confronti degli Usa, temendo l’emulazione da parte della Cina dell’aggressione perpetrata da Putin in Ucraina. Gli americani, dal canto loro, hanno manifestato con sempre maggior vigore la loro vicinanza a Taiwan: non passa settimana che non vi siano dichiarazioni del presidente Biden e/o di alti papaveri della Casa Bianca in cui si rappresenta la deliberata intenzione americana di difendere l’Isola nel caso di attacco esterno.

La questione è quindi diventata molto delicata, al confronto la guerra in Ucraina appare un fatto locale: sulla vicenda di Taiwan si rischia la terza guerra mondiale. Il Partito comunista non può infatti arretrare rispetto alle numerosissime dichiarazioni fatte, a meno di perdere enormemente di credibilità interna e probabilmente di minare la sua stessa sopravvivenza. L’eventuale abbandono del paradigma dell’ambiguità strategica, con il conseguente avvio delle relazioni diplomatiche tra Washington e Taipei, segnerebbe in questo senso un probabile punto di non ritorno per l’avvio di un conflitto in cui le due superpotenze si troverebbero a confrontarsi militarmente in modo diretto.

SERVE UN PASSO INDIETRO

Serve dunque in questa fase tanto equilibrio e conoscenza della storia e delle proprie controparti. In particolare, è opportuno che gli Stati Uniti riducano il loro livello di proattività politica nel Pacifico. Negli ultimi mesi hanno rivitalizzato il Quad (alleanza strategica informale tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti con lo scopo di contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico); hanno lanciato a settembre 2021 Aukus (patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti).

Un eventuale affondo sul fronte di Taiwan – anche solo il parziale riconoscimento dell’Isola come stato indipendente – sarebbe probabilmente percepito come un livello di pressione eccessiva esercitato su Pechino che. messa all’angolo, potrebbe a quel punto reagire solo scartando: drammaticamente con le armi. Mai come in questa occasione, un passo indietro americano (sul riconoscimento di Taiwan) farebbe fare molti passi in avanti al mondo e alla sua sicurezza.


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