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L’effetto collaterale delle sanzioni economiche contro la Russia è drammatico: il prezzo del gas è decuplicato, il prezzo del petrolio supera i 130 dollari, la benzina supera i 2 euro al litro, tutte le materie prime – a partire da quelle agroalimentari: grano tenero, mais e girasole – subiscono rincari stellari. Più di altri paesi, l’Italia paga la dipendenza energetica dalla Russia, il paese che ha la responsabilità dell’aggressione, e la dipendenza alimentare dall’Ucraina, il paese che subisce l’invasione. Fino ad oggi i paesi europei hanno sottovalutato la potenziale minaccia rappresentata da Vladimir Putin e si sono illusi di poter vivere in uno stato di pace e di benessere eterni.

Mario Draghi, alla fine del vertice europeo di Versailles, ha cercato di rassicurare i cittadini italiani ricordando che l’economia italiana è tornata a crescere in maniera importante e che siamo assai lontani dall’economia di guerra che significherebbe inflazione a doppia cifra e razionamenti alimentari. Ma la situazione, nei prossimi mesi, potrebbe peggiorare. Draghi non ha nascosto che bisogna prepararsi al peggio: “se la situazione peggiora, importeremo il grano dagli Usa e dal Canada”. Anche il presidente francese Emmanuel Macron, sempre a Versailles, ha avvertito che nei prossimi 12-18 mesi le conseguenze del conflitto potrebbero destabilizzare l’Europa e l’Africa sul piano alimentare. Di conseguenza, bisognerà rivalutare le strategie di produzione dei paesi europei.

Ma gli effetti economici della tragedia ucraina cominciano a farsi sentire già oggi nella vita quotidiana delle persone. Basti pensare all’esplosione del prezzo della benzina. Che fare allora? In un paese dove si pagano le accise più alte d’Europa, il taglio delle tasse sui carburanti ritorna di attualità. Com’è noto le tasse incidono per il 55% sul prezzo della benzina e per il 51% sul prezzo del gasolio. Tra le accise che ancora oggi pesano sul costo dei carburanti ci sono quelle introdotte nel 1935 per la guerra d’Etiopia, nel 1963 per il disastro del Vajont, nel 1980 per il terremoto in Irpinia. Sui carburanti pesa l’Iva al 22%, una imposta percentuale che aumenta al crescere del costo in valori assoluti dei carburanti, moltiplicando gli introiti per lo Stato. Come ha ricordato proprio Draghi, la revisione del catasto si rende necessaria perché non è giusto “applicare oggi coefficienti fissi su valori che non hanno senso”: l’impianto del catasto risale al 1939 e gli estimi al 1989. E allora – chiedono molte forze politiche – perché non applicare lo stesso principio alle accise per dare un po’ di respiro ai cittadini, visto che sono calcolate su emergenze ormai superate e che il danno per l’erario sarebbe modesto?

Tale misura sarebbe immediatamente leggibile da parte dei consumatori, ma il ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani ha comunque avvertito che potrebbe non essere sufficiente: l’impennata dei prezzi potrebbe continuare annullando gli effetti del taglio delle accise. In ogni caso, il piano anti-crisi del governo potrebbe partire da qui, senza escludere altresì l’ampliamento della platea del bonus sociale per ridurre le bollette di luce e gas e la fissazione di limiti al riscaldamento delle case. Sullo sfondo resta il pressing dei partiti sul Tesoro per ridurre l’iva e per fare nuovo deficit. Sul fronte dell’approvvigionamento energetico continua il tour all’estero di Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, dopo un passaggio in Algeria e Qatar, è in missione nella Repubblica del Congo e in Angola accompagnato dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Obiettivo della visita: rafforzare la cooperazione energetica nell’ottica di una minore indipendenza dal gas russo.

Sul punto, il ministro Cingolani avverte che la cosa migliore da fare per frenare il costo dell’energia resta la fissazione di un tetto europeo, frutto di una trattativa comune dei paesi membri sul prezzo. In sostanza, calmierare il costo di gas e petrolio sarebbe più facile se Bruxelles si presentasse come acquirente unico, piuttosto che lasciare la negoziazione ai ventisette paesi membri divisi. D’altra parte, il tema di una risposta unitaria europea per reagire alla crisi è emerso con forza da Versailles. Paesi come Germania e Olanda hanno ancora forti resistenze contro l’ipotesi di un Recovery Plan di guerra con la conseguente emissione di eurobond per sostenere i paesi più colpiti (come l’Italia).

Viceversa, Draghi e Macron si muovono all’unisono su questa linea fin dai tempi della famosa lettera congiunta al Financial Times. I due leader latini continueranno a premere sui partner nordeuropei. Con la guerra alle porte, l’idea di stabilizzare un tesoro comune dell’Ue è sempre più urgente. Al contrario, visto il fardello storico che ci portiamo sulle spalle, non è proprio pensabile che l’Italia possa continuare a fare debito facile con il rischio di trasformarsi in un paese delle banane sudamericano.


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