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Luca Zaia

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Questa è la cronaca di un successo annunciato, atto finale di una campagna elettorale diluita nell’arco di sette mesi, giorno dopo giorno, con il candidato leghista del Veneto, Luca Zaia, che è andato ininterrottamente in diretta Facebook grazie alle conferenze stampa dalla sede della Protezione Civile di Mestre. Doveva vincere, ha stravinto. Doveva essere rieletto per la terza volta presidente della giunta regionale, è stato rieletto con una percentuale del 75 per cento. Agli avversari ha lasciato soltanto le briciole, visto che il concorrente più accreditato, il professore universitario Arturo Lorenzoni, ex vicesindaco di Padova, si è fermato al 17 per cento. Per Zaia il miglior risultato di sempre, il più votato dei governatori italiani di tutti i tempi, per Lorenzoni il peggiore. Nel 2015 il governatore aveva superato di qualche centesimo di punto la soglia del 50 per cento al primo turno, mentre Alessandra Moretti, del Pd, si era fermata al 22,7 per cento.

Sono bastati gli exit-poll delle 15 per dare la traccia di quello che sarebbe stato il pomeriggio elettorale in Veneto, una conferma della vocazione centrista della regione, anche se declinata in modo diverso rispetto al passato. Un tempo era un feudo democristiano. Ma dal 1995 è governata dal centrodestra. Per tre lustri grazie a Giancarlo Galan, esponente di Forza Italia, che poi è finito in carcere con l’accusa di corruzione nell’ambito dello scandalo Mose. Adesso è arrivato al terzo mandato il leghista Zaia, che cannibalizza tutto il centrodestra. E lo ha fatto nonostante sia stata approvata nel 2012 una legge regionale che pone il limite dei massimo dei due mandati consecutivi. Allora Zaia si vantò di essere più moderno dei Grillini, ma il calcolo è cominciato dal 2015 e quindi ha reso Zaia eleggibile per la terza volta.

Non è tanto l’entità del successo di Zaia a marcare queste leezioni in Veneto, quanto la differenza con cui ha marcato la distanza rispetto al segretario Matteo Renzi. La coalizione di centrodestra presentava oltre a Fratelli d’Italia e Forza Italia, tre liste leghiste. La prima è “Zaia Presidente”, la seconda “Salvini – Lega”, la terza una lisa autonomista. Ebbene il successo personale di Zaia è dimostrato dai numeri: la lista Zaia viaggia al 49 per cento dei consensi, quella di Salvini non raggiunge il 15 per centro. Triplicato, ridicolizzato. E’ proprio quello che Salvini temeva, quando ha fatto scrivere una lettera agli oltre 400 segretario di sezione dal commissario regionale Lorenzo Fontana, con l’invito a far votare la lista del partito, non quella del governatore uscente. Evidentemente ha potuto di più la popolarità di Zaia, che a 52 anni ha effettuato un percorso politico senza precedenti. A 28 anni era presidente della Provincia di Treviso. Rieletto, è poi andato in giunta regionale, diventando il vice di Galan. Nel 2008 era ministro dell’Agricoltura. Nel 2010 è tornato a Venezia a prendere il post di Galan che, recalcitrante, si è dovuto rassegnare a prendere il posto di Zaia a Roma. Il leghista non si è più schiodato dalla sua poltrona.

Zaia si è recato al K3 di Treviso, sede della Lega provinciale, per festeggiare. Tutti hanno getatto acqua sul fuoco delel polemiche. Nessun dualismo in casa leghista, Salvini fa il segretario, Zaia il governatore. Certo che il risultato pone qualche contraddizione all’interno del partito, non foss’altro perchè Zaia è fautore di un autonomismo spinto e da tre anni aspetta che il Veneto riceva le deleghe dallo Stato richieste con un referendum dell’autunno 2017. Salvini, invece, ha immaginato un partito nazionale, capace di imporsi anche al centro e Sud Italia. Ma questo percorso per il momento gli è stato sbarrato dagli insuccessi subiti in Toscana e in Puglia.

Lorenzoni, lo sconfitto del Veneto, attribuisce le ragioni della debacle alla sovraesposizione mediatica di Zaia. Ma non coglie l’effetto della capacità amministrativa che comunque la Lega sembra dimostrare ormai da decenni, oltre alla formidabile macchina di potere dispiegato nel territorio.


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