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Le Regioni compiono cinquant’anni. Non a caso sono coetanee dello Statuto dei lavoratori, perché la loro istituzione (dopo un congelamento ultraventennale) fu il contributo che le lotte dell’autunno caldo del 1969 apportarono alla politica.

Dotate di potere legislativo, le Regioni divennero ben presto il viatico di una partecipazione al potere del Pci, il partito che – impossibilitato dalla spartizione di Yalta a governare a livello nazionale – fu in grado di farlo, in molte regioni e in modo stabile.

Al momento della loro nascita (nel giugno 1970 si tennero le prime elezioni per i nuovi consigli regionali delle 15 regioni a statuto ordinario (4 regioni a statuto speciale erano state già istituite nel 1945-1948 e il Friuli-Venezia Giulia nel 1963) i nuovi Enti furono salutati come protagonisti di una più democratica e partecipata articolazione dello Stato, contrapposti alla vecchia burocrazia centralizzata, intenti a elaborare statuti innovativi come se stessero sorgendo tante piccole Repubbliche di Weimar.

I DIVARI TERRITORIALI

Il decollo in grande stile fu favorito da una convergenza culturale (anche se riferita a culture differenti) tra comunisti e democristiani, impersonati da personalità circonfuse di leggenda come Guido Fanti in Emilia-Romagna e Piero Bassetti in Lombardia, i fondatori del regionalismo, solleciti a rivendicare insieme un’autonomia dallo Stato centrale.

Le leggi che ripartivano i poteri e le funzioni (la legge n. 382/1975 e il dlgs n.616/1977) furono salutate come una nuova Carta Costituzionale. Ai poteri e alle funzioni doveva seguire un decentramento delle strutture e del personale che vi era adibito nelle amministrazioni statali e negli “Eell”.

Ma ovviamente anche in questo caso valse il principio del “tutto si crea, nulla si distrugge’’: lo Stato centrale disarmò il meno possibile e le Regioni si arrangiarono da sole.

Questi processi finirono per aumentare i divari territoriali. Ammesso e non concesso che le burocrazie regionali al Nord guadagnassero in efficienza, certamente al Sud si rivelarono peggiori di quelle statali, anche perché costrette a convivere con le strutture prima della Cassa del Mezzogiorno, poi dell’Intervento straordinario.

L’INCUBO SECESSIONE

Se la Prima Repubblica era ossessionata dalla ‘’questione meridionale’’, la Seconda nacque sotto la crescente minaccia di una forza che si dichiarava secessionista – la Lega o meglio le Leghe insediate in ciascuna delle regioni settentrionali – e che voleva affrancare quelle laboriose popolazioni dall’oppressione di Roma ladrona e da una fiscalità esosa a sbafo delle popolazioni del Sud che «non avevano voglia di lavorare».

In pochi anni, quasi tutti i partiti divennero federalisti e le Camere si misero a legiferare in tal senso. Per contrastare l’ideologismo della Lega Nord la politica si adeguò al “miracolismo federalista”, insieme a una ampia serie di discutibili ma indiscussi corollari; primo fra tutti, la mistica delle Regioni, autoproclamatesi come l’eccellenza delle istituzioni della Repubblica.

Così, la riforma del Titolo V cercò ancora una volta di salvare la capra dello Stato e i cavoli delle Regioni introducendo, invece, una maggiore confusione, in un labirinto di competenze concorrenti.

La mistica dominante si mise alla ricerca del cosiddetto federalismo fiscale, ma camminava, da sempre, su di una faglia: la gestione della sanità. Le Regioni non hanno mai accettato di farsene completamente carico, su ambedue i versanti delle entrate e delle uscite, ma hanno continuato a pretendere di essere coperte dall’ombrello del bilancio dello Stato.

Questa è la realtà: il resto appartiene soltanto alle schermaglie politiche. E quanto sia lontano quest’obiettivo è rimasto sotto gli occhi di tutti, non solo nelle regioni del Centro-Sud. Anche l’ultimo scampolo del federalismo – l’autonomia differenziata – si è inceppato sulle risorse. Le Regioni candidatesi a fare di più da sé sono cadute – come la celebre signora Longari – sulla difesa del livello di spesa storica a loro disposizione nei trasferimenti (che è il principale vantaggio rispetto ad altre Regioni, a partire da quelle meridionali).

Nel frattempo il ciclone dell’antipolitica aveva preteso la fine dell’istituzione Provincia, riducendola a un’espressione geografica e sguarnendo la tutela e il governo del territorio. Per fortuna il Senato delle Autonomie, concepito come un Dopolavoro-ferrovieri dei presidenti di regione e dei sindaci delle principali città, è stato travolto insieme alla riforma Renzi-Boschi nel referendum del 2016.

NESSUNO AL COMANDO

Da questo sommario excursus storico derivano molti dei problemi di oggi. La gestione dell’emergenza sanitaria ha reso evidente che, quando vogliono comandare tutti, finisce che non comanda nessuno. Il governo parallelo della Conferenza Stato-Regioni, a poche settimane dall’annunciata riapertura delle scuole, ha gettato la spugna.

Non sapendo come risolvere la questione della sicurezza, per gran parte dei governatori (che poi si tratta di un abuso di titolo) l’unica soluzione è quella di lasciare gli studenti a casa, a esercitarsi sulle lezioni a distanza avvalendosi della esperienza accumulata con le play station.

Già era una decisione stupida quella di riaprire il 14 settembre e chiudere pochi giorni dopo per le elezioni (con tutte le conseguenze del riordino e della sanificazione prima e dopo la chiusura dei seggi). Durante l’emergenza Covid fu chiesto ai dirigenti e al personale ospedaliero di arrangiarsi; tra pochi giorni toccherà ai dirigenti scolastici e ai presidi di gestire l’anno scolastico e che Dio li aiuti.

Il bello è che i ministri competenti hanno negato loro lo scudo penale con questa riassicurazione: «State tranquilli, ci saranno le direttive; basterà applicarle».

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