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Il premier Giuseppe Conte

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Settembre andiamo è tempo di migrare: riaffiorano le reminiscenze scolastiche dei versi di D’Annunzio sui pastori abruzzesi che lasciano i pascoli montuosi per scendere all’Adriatico selvaggio pensando al mese che ci attende e che segnerà, comunque vada, un altro episodio della non ancora compiuta transizione italiana. Forse non ci sarà una conclusione definitiva, perché i temi sono altrettanto complessi quanto i passaggi necessari a scioglierli, ma qualcosa si intuirà circa la piega che possono prendere gli avvenimenti.

Come si è già avuto occasione di dire, il passaggio centrale sarà il futuro che attende i Cinque Stelle: resteranno ancora titolari del potere che deriva loro dalla maggioranza parlamentare avventurosamente guadagnata nel 2018? Come reagiranno a quel che emergerà sia dall’andamento del referendum sia da quello delle elezioni regionali e amministrative? Sono questioni che non solo tutte le altre forze politiche, ma loro stessi hanno ben presente e che spiegano il nervosismo crescente nei comportamenti di tutti.

Il referendum diventa sempre più un’incognita: in termini di partecipazione (soprattutto là dove non è connesso alla tornata elettorale), in termini di rapporto fra i favorevoli e i contrari, ma soprattutto nel come le varie forze politiche reagiranno ai diversi possibili esiti. Il centrodestra è al momento favorito da un duplice ordine di fattori: nelle regionali e amministrative, a meno di sorprese, oscillerà fra l’andare bene e l’andare ottimamente; sul referendum si è furbescamente sganciato, mettendosi nella posizione del “questa o quella per me pari sono”. Se vincessero i sì ricorderebbe che è sempre stato per la riduzione dei parlamentari, nel caso di un successo totale o parziale dei no ribadirebbe che per lui gli elettori hanno sempre ragione e per questo ha lasciato loro libertà di coscienza.

Il centrosinistra è messo molto peggio. Intanto sul referendum è profondamente diviso in tre: da un lato gli ex grillini schierati per il populismo dei tagli (prospettiva che sostanzialmente ribadiscono sempre), dall’altro quelli che i tagli per varie ragioni non li vogliono (IV, una parte di LeU, una parte del PD), in mezzo il gruppo dirigente zingarettiano che cerca di intestarsi l’operazione di un “sì” con valenza diversa se non alternativa, perché sarebbe solo l’avvio di una riforma del sistema elettorale rappresentativo. Comporre questa babele di lingue non sarà semplice, quale che sia l’esito delle urne.

Naturalmente per queste componenti gli esiti delle elezioni regionali e amministrative non semplificheranno le cose. Nelle regioni il conto mediatico su chi vince e chi perde sarà più semplice e immediato (ma verrà un poco dopo che saranno noti i risultati del referendum perché c’è un giorno di distacco negli spogli, anche se in mezzo a complicare ci saranno gli immancabili exit poll). Per le amministrative con più di mille comuni al voto i calcoli saranno più complicati. Bella materia per le varie maratone dei talk show, ma roba difficile da gestire nel cuore di una battaglia politica.

Questa, lo sanno tutti, si accenderà sull’onda della valutazione di due aspetti evidenti all’opinione pubblica e di uno che invece si cerca di tenere fuori dai suoi radar. I primi due sono l’andamento dell’apertura dell’anno scolastico e l’andamento autunnale dell’economia che non si sa ancora se avverrà in un clima di fiducia per un controllo possibile dell’epidemia o in un clima di sconforto per la ripresa di questa e per i conti che si faranno sulle conseguenze di quel che è successo nel primo semestre dell’anno.

A soffiare sul fuoco che può nascere dalla lettura di questi due eventi saranno in molti e c’è da aspettarsi che le percezioni a pelle o a pancia della gente contino più di analisi sofisticate che si tenterà di fare su dati inevitabilmente complessi e in alcuni casi contraddittori. Ci sarà anche da tenere conto della “geografia”, perché entrambi gli aspetti che abbiamo richiamato si presenteranno in modo diverso nelle diverse zone del paese. Ci saranno anche tensioni sociali che già si avvertono. Per dirne una banale: la riprovazione di chi ha affrontato il lock down in condizioni difficili e con perdite di reddito verso quegli insegnanti che avendo regolarmente percepito i loro salari in quei mesi e ridotto le loro prestazioni adesso chiedono di vedersi pagato come “straordinari” il pugno di ore che devono dedicare nella prima metà del mese ai corsi di recupero. E’ solo un esempio marginale di fratture che possono espandersi in maniera esponenziale.

Ma ci sarà da tenere conto della terza incognita: l’andamento della progettazione dell’utilizzo dei fondi che ci aspettiamo dalla UE, si decida o meno per il ricorso anche al MES. Il tema viene tenuto lontano dai palcoscenici della politica, ma comincia comunque a spuntare da dietro le quinte e c’è da scommettere che finirà per entrare pienamente in scena: non fosse altro perché il presidente Fico ha già annunciato, comprensibilmente, che sulla materia il parlamento vorrà dire la sua e dubitiamo che aspetti a farlo ai primi di ottobre cioè solo una decina di giorni prima che tutto venga mandato a Bruxelles.

Come si preparano il governo e la maggioranza ad affrontare questo mese di … migrazione? Il primo sembra, almeno ai piani alti, facendosi dichiarare “fuori stanza” come si usa fare nei ministeri. La seconda per ora concentrandosi su una trattazione della materia referendaria che sa più di baruffa che di confronto serio coi grandi problemi che pone il riordino del nostro sistema rappresentativo.


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