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La Camera dei Deputati

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La vita parlamentare si rimette in moto, quella dello scontro politico non si era mai fermata. Adesso i due ambiti si incrociano e non mancano i problemi. C’è una attività parlamentare per così dire ordinaria che non suscita grande interesse oltre la cerchia degli specialisti: ci sono due decreti, il “semplificazioni” e “l’agosto”, da convertire pena decadenza (il primo entro metà settembre, il secondo entro metà ottobre). Sono terreni vocati agli scontri lobbistici di marca governativo-ministeriale ed anche esterna, ma sono di difficile penetrazione per i non addetti ai lavori.

Poi c’è la grande scena, ormai egemonizzata dal tormentone referendario su cui i due partiti chiave della coalizione, PD e M5S, si giocano molto del loro futuro. Zingaretti si spende in prima persona e punta sul mantra che facendo procedere la riforma del sistema elettorale il taglio dei parlamentari perde la sua natura di offa all’antipolitica grillina. Per accontentarlo si avviano i procedimenti di vaglio delle due proposte chiave, il nuovo sistema elettorale in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, la parificazione dell’elettorato attivo e passivo per la seconda Camera assieme alla de-regionalizzazione dei suoi collegi al Senato. I capi dei Cinque Stelle fanno sapere che a loro vanno benissimo, tanto l’importante è potersi intestare almeno un successo al referendum: per il resto si vedrà.

La debolezza di tutta la faccenda sta infatti nell’iter ancora lungo che si deve affrontare, perché questi interventi, che si vorrebbero presentare come capaci di emendare la natura di riforma alla carlona che ha quella votata, necessitano di un tempo lungo. La riforma che riguarda il senato, predisposta dall’on. Fornaro, è una legge costituzionale che deve affrontare l’iter complesso che è previsto in questi casi e il rischio di referendum confermativo. La nuova legge elettorale può passare in tempi meno lunghi (dovrebbe comunque aspettare la riforma sul senato, altrimenti sarebbe un pasticcio), ma dalla Commissione deve poi passare all’Aula dove è possibile il voto segreto e dunque c’è ampio spazio per manovre di vario tipo.

Molti osservatori fanno notare che proprio su questi tempi lunghi contano alcuni strateghi (parola eccessiva) giallorossi, perché così si potrà negoziare sulla base dei numeri parlamentari attuali la successione a Mattarella ad inizio 2022. Alcuni si spingono ad ipotizzare un accordo secco: la presidenza della repubblica ad un candidato scelto dal PD, quella del governo ad uno indicato dai Cinque Stelle. Troppo geometrico per riuscire così, quando non sappiamo cosa succederà da qui ad allora.

Teniamoci dunque al contenuto delle due riforme. Quelle che riguardano il Senato introducono semplicemente un monocameralismo articolato su due sedi: questa è la strategia che sta dietro la proposta Fornaro e allora non abbiamo ridotto più di tanto il numero dei parlamentari, abbiamo semplicemente complicato il funzionamento del parlamento. Il nuovo sistema elettorale previsto si limita di fatto a congelare la situazione attuale. L’Istituto Cattaneo ha fatto delle accurate simulazioni per vedere cosa succederebbe se si votasse con il nuovo sistema basandosi su una distribuzione dei consensi così come risulterebbe da una media degli ultimi sondaggi a disposizione. Senza perderci in dettagli, rileviamo che semplicemente tutto rimarrebbe quasi come oggi: un centrodestra ad un pelo da una maggioranza risicata se FI resta in quel campo, un centro sinistra che è più o meno pari al suo antagonista, sempre che gli attuali membri della coalizione continuino a tenervi fede. Ci sono spostamenti relativi nel caso la soglia di sbarramento sia al 5% o venga mantenuta al 3%, ma solo per aumentare o meno di un poco la capacità di ricatto delle formazioni minori come LeU, IV, Azione (queste due potrebbero anche fare un cartellino elettorale).

Non ci vuol molto a capire che è una riforma che va bene a tutti i partiti maggiori, ma che, con qualche mugugno, può anche non dispiacere ai piccoli che possono vedere crescere i loro poteri di condizionamento (per non dire di ricatto). Naturalmente non risolve nessuno dei problemi dell’instabilità italiana, perché, se il sistema scricchiola ora, non si vede perché smetterebbe di farlo con una legge che in sostanza lo mantiene immutato.

Ripetiamo che però non si valutano i mutamenti di quadro generale con cui dovremo per forza misurarci. Innanzitutto il crescere della capacità dei governi regionali e in parte anche comunali di tenere in tensione il sistema dopo una tornata elettorale che spingerà inevitabilmente i vincitori a sentirsi in una posizione di grande forza (e di conseguenza rafforzerà anche gli altri). Con i problemi che verranno dalla gestione delle nuove fasi della pandemia e da quella dei fondi europei saranno situazioni non semplici da tenere sotto controllo.

Poi ci sarà il problema del governo Conte che non si sa come potrà operare stretto fra le difficoltà della ripresa economica con le conseguenti tensioni sociali e il compito di gestire in qualche modo oltre 200 miliardi di disponibilità su cui si indirizzeranno tutte le pressioni possibili. Sinora non è un esecutivo che abbia dato grande prova di capacità di indirizzo, ma soprattutto non si fonda su una coalizione con un grado di coesione sufficiente ad instradare il paese sul sentiero stretto di una ricostruzione che costringerà a superare tutti i consociativismi e i corporativismi di natura simil-feudale che lo hanno caratterizzato nell’ultimo quarantennio.


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