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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

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NESSUNO li scorge, nessuno li incontra, nessuno sa bene dove si trovano nelle ore più intense di questo scorcio di legislatura. Eppure i pontieri sono all’opera. Insomma non si fermano davanti all’ostacolo Matteo Renzi. Così, se venerdì notte tra zoom e Palazzo Chigi si è consumata l’ennesima battaglia tra la delegazione renziana e l’avvocato del popolo a colpi di «basta, non ne possiamo più del tuo indecisionismo», ieri è stato il giorno «della decantazione».

Una giornata nella quale i famosi pontieri si sono messi in moto con passo felpato per smussare gli angoli, per proporre a Matteo Renzi una tregua, un patto di legislatura che contenga al suo interno il Recovery Plan, la delega ai servizi, una serie di riforme in materia di giustizia.

Eccoli Dario Franceschini e Goffredo Bettini. Uno di formazione democristiana, l’altro comunista. Uno di Ferrara, l’altro della Capitale. Apparentemente diversi, per carattere, per formazioni, ma entrambi recitano la stessa parte, quella del pontiere con la casacca del Pd. E allora entrambi nelle ore concitate della trattativa si sono inabissato. Il ministro della Cultura, nonché capodelegazione del PD, non rilascia interviste.

L’ideologo del Nazareno, Bettini, loquace nelle settimane precedenti, da circa 48 ore ha chiuso qualsiasi contatto. Segno che il match con Renzi è entrato nel vivo. Rimpasto, Conte-ter, o governo istituzionale? Dario e Goffredo proteggono l’avvocato del popolo, caldeggiano una crisi lampo, senza alcuna salita al Colle. Non solo.

Entrambi sono consapevoli che la legislatura debba andare avanti con Conte premier, unica condizione che in fondo stanno facendo veicolare all’interlocutore Renzi. Riusciranno i pontieri a fermare la crisi che vorrebbe aprire il senatore di Scandicci? Di certo, ci proveranno fino all’ultimo secondo utile. D’altro canto, entrambi ha una certa influenza nei confronti del leader di Italia viva.

Quando Dario e Goffredo erano già graduati, l’ex sindaco di Firenze compiva i primi passi in politica. E quando il rottamatore stravolgeva le liturgie del Nazareno, conquistava la segretaria ed esautorava da Palazzo Chigi Enrico Letta, Dario e Goffredo sotto sotto ammiravano le gesta del senatore di Rignano.

E oggi? Oggi tocca al due catto-comunista tentare la moral suasion. Alle 19 e 23 Franceschini cinguetta: «Credo bastino un po’ di buon senso o di una buona volontà per evitare una crisi di governo in piena pandemia. Martedì mandiamo il Recovery in Parlamento e subito dopo, come ha proposto Nicola Zingaretti, avviamo un confronto nella maggioranza per un patto programmatico di legislatura».

Ma non finisce qui il tentativo di mediazione. Attorno alle 20 il presidente del Consiglio scrive un lungo post in cui mette in fila: un piano vaccini ambizioso; misure a sostegno di famiglie, lavoratori, imprese; il Recovery Plan; un nuovo scostamento di bilancio; il rafforzamento della «coesione delle forze di maggioranza e della solidità della squadra di governo». In sintesi, un patto di legislatura con tanto di rimpasto.

Con una domanda che non è presente nel post che potrebbe recitare così: «Caro senatore Renzi, ci stai?». E il fiorentino? Il leader di Italia viva riunisce i parlamentari alle 22 su Zoom. «Finirà male» chiosa a sera un colonnello del renzismo. Ma la notte è lunga. E forse da quelli parti non si aspettavano il post dell’inquilino di Palazzo Chigi. Forse.

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