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Matteo Renzi tra i banchi del Senato

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LA CRISI si avvita sempre più su sé stessa per eccesso di geniali tattici: troppa gente che pensa di conoscere l’arma segreta per rovesciare a proprio vantaggio le sorti di un conflitto piuttosto incerto. La situazione al momento è infatti di stallo. Renzi non è riuscito a disarcionare Conte rendendo evidente che si può fare a meno di lui e sarebbe anche meglio. Conte è ben lontano dall’asfaltare Renzi sbattendolo fuori e sostituendolo con un suo gruppo di ascari.

Così sono finite spiazzate anche due timide anime che convivono nel PD in contrasto tra loro, quella che sotto sotto era d’accordo con il senatore di Rignano e quella a cui non dispiaceva l’idea di vendicarsi di lui ponendo fine alla scissione di Italia Viva. Al fatto che grazie alle brillanti intelligente tattiche dell’una e dell’altra parte stiamo peggiorando seriamente la situazione del Paese si guarda poco: con alcuni indicatori economici preoccupanti, come ha messo in luce ieri il nostro direttore, e con la campagna vaccinale che non esplicherà quell’effetto atteso di rassicurazione del popolo perché le dosi arriveranno a rilento, sarebbe più prudente farci sopra qualche riflessione. Per certi versi qualche chiarimento ci sarebbe anche stato.

Primo punto: è evidente il fallimento della costruzione della gamba di legno come risposta all’amputazione di IV dalla maggioranza. Non si dica che c’è ancora tempo. Proprio l’affacciarsi di questa tesi mostra la pochezza intellettuale di coloro che gestiscono questa operazione: un “partito” che diventa un gruppo parlamentare riconosciuto o si palesa subito essendogliene state offerte le condizioni, oppure se ci vuole del tempo perché ciò accada è un partito di plastica, inventato a tavolino nella speranza di poterlo telecomandare. Saremmo in presenza di qualcosa che non serve a rilanciare quello sforzo di ricostruzione che è necessario e che giustamente Mattarella ha chiesto nel suo discorso di fine anno.

Secondo punto: Renzi ha dovuto capire di avere scioccamente esagerato e di conseguenza cerca di fare retromarcia. Dopo aver messo sul tavolo domande molto serie, tanto è vero che hanno più o meno dovuto dargli ragione su tutto, si era buttato nella sceneggiata sopra le righe della conferenza stampa dove ha definito Conte come un problema per la democrazia. Così ha reso complicato qualsiasi compromesso visto che si è al momento confermato che il premier rimane difficilmente sostituibile per garantire quel blocco parlamentare PD-M5S che tiene in piedi la legislatura. Adesso sarebbe necessario un colpo d’ala da parte di tutti.

Renzi sembra essere il più lesto a capirlo e infatti offre disponibilità a ricominciare da zero per quel che riguarda la coalizione, anche accettando Conte, purché ovviamente ci sia un atto pubblico di rifondazione (il Conte 3). Conte mostra tutti i suoi limiti politici non comprendendo che l’unica strada per lui è muoversi in quella direzione: ci sono dei rischi, ma molto minori di quelli che affronta incaponendosi nella ricerca di tenere tutto fermo come gli suggeriscono i suoi cortigiani. Se oltre a sentire quelli leggesse un po’ di giornali vedrebbe che la via della rifondazione è quella che gli suggeriscono la maggior parte dei commentatori autorevoli.

Naturalmente complica molto il quadro la debolezza dei due partiti chiave della maggioranza. I Cinque Stelle sono chiaramente in difficoltà per mancanza di leadership interna. La confusione indebolisce quella di Di Maio che, piaccia o meno, è quello politicamente più capace. Non agevola certo avere sulle spalle un personaggio come Bonafede, elevato non si sa perché al rango di capodelegazione: un cattivo ministro della giustizia, espressione di una stagione grillina in disfacimento, che adesso diventa il ventre molle contro cui si scaricano i colpi degli avversari. In aggiunta è anche quello che ha portato Conte in regalo al partito, ma c’è di più: appena il contesto entra in fibrillazione tornano sulla scena gli agit-prop come Di Battista e compagni a cui non sembra vero rivendicare che è sempre il momento buono per qualche spallatina.

Il PD soffre di un eccesso di politicismo. Essendo ormai l’unico partito “navigato” si infila in caroselli tattici, finte, sortite che dovrebbero essere ad effetto, contribuendo così non a costruire soluzioni, ma a ingarbugliare ogni tentativo di trovare una via d’uscita. E’ molto curioso per un osservatore esterno notare che spara continuamente una cannonata a salve, la minaccia di andare alle elezioni anticipate, mentre se la sparasse realmente costringerebbe tutti a chiudere su una soluzione concordata. Le elezioni anticipate sarebbero catastrofiche, lo sanno tutti: mesi di interregno in cui la nostra economia subirebbe contraccolpi non assorbibili, campagna vaccinale e contrasto alla pandemia in tilt, consegna dell’opinione pubblica al festival delle demagogie.

Se si sapesse che il PD davvero se non ci si accorda sulla ricostituzione della vecchia maggioranza, magari un po’ allargata (se possibile), con il varo di un nuovo governo con un Conte ridimensionato, concorda col centrodestra il ricorso alle urne, il rientro nei ranghi di tutti, da M5S in avanti fino a buona parte delle opposizioni sarebbe quasi garantito. Ci si guadagnerebbe anche sul delicato fronte europeo e certamente il PD potrebbe presentarsi alle future scadenze elettorali con un prestigio e con una autorevolezza da non sottovalutare.


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