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Palazzo Chigi

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Alla faccia di quelli che sostenevano che si sarebbe fatto un governo prevalentemente tecnico. L’esecutivo guidato da Mario Draghi è tra quelli con il maggior tasso di equilibri politici attentamente studiati, giusto per confermare quanto l’ex presidente della BCE e il suo nume tutelare al Quirinale valutino con attenzione la delicatezza dell’operazione in corso.

Sapendo che non si potrà fallire, si è lavorato per evitare di crearsi difficoltà nel rapporto con una maggioranza non solo ampia, ma fatta di forze che per lo più al loro interno sono quasi altrettanto in tensione quanto nei rapporti tra loro. Poi naturalmente c’è ancora il capitolo che si dovrà scrivere relativo alla distribuzione dei posti di vice ministro e sottosegretario che sono un altro strumento per la composizione e il consolidamento degli equilibri politici e per l’acquisizione di competenze tecniche.

Non ci pare complicato capire le ragioni che hanno presieduto alla composizione del nuovo governo. Ci sono due assi. Uno è quello che deve governare il cuore del Recovery Fund, l’altro sono per così dire gli “affari correnti”, in mezzo qualche ministero che include i due aspetti.

Sul primo versante Draghi si è riservato di avere la collaborazione di personalità di grande spessore e senza condizionamenti dal loro posizionamento in qualche partito: Franco all’Economia, Cingolani al comitato interministeriale per il coordinamento dell’utilizzo dei fondi europei (più importante del titolo altisonante della transizione ecologica), Colao alla transizione digitale, Giovannini ai Trasporti, e infine Cartabia alla Giustizia (settore chiave perché è un collo di bottiglia per la realizzazione degli interventi strutturali di vario genere).

Sono invece dicasteri che stanno per così dire nel mezzo per la delicatezza dei loro affari correnti che però impattano sul sistema quello dell’Interno, della Difesa, del MISE, della pubblica amministrazione, dove lascia persone che già conoscono bene la macchina ed hanno dato buona prova di sé (Lamorgese, Guerini) o che sono esponenti del centrodestra che conoscono bene i rispettivi ambiti (Giorgetti e Brunetta).

Il resto è più o meno un gioco di incastri per sistemare equilibri fra i partiti. Nessuno nega che dentro ognuno di quei ministeri ci possano essere questioni cruciali: pensiamo al Lavoro, all’Istruzione, alla Salute, all’Università, alla Cultura, alla Famiglia, al Mezzogiorno, alle Regioni e via dicendo, ma sono tutti ambiti in cui si dovrà per forza di cose fare gioco di squadra con il “nucleo d’acciaio” che progetterà e governerà l’avvio almeno del Recovery Plan (poi si vedrà, perché la durata di questo governo oltre il tornante dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non può essere data per scontata).

Ecco perché non si è trovato particolarmente complicato dare un po’ di riconoscimenti a tutti evitando di creare urti politici. In quest’ottica si iscrive tanto il mantenimento di Di Maio agli Esteri, perché l’importanza di quel ministero è depotenziata dalla presenza di Draghi e il capo di fatto dei Cinque Stelle ha progressivamente imparato a non fare guai in quella posizione, o il modesto ruolo dato ad IV con la Bonetti lasciando fuori la ben più “tosta” Bellanova.

Così a due ambiti delicati come il Sud e il rapporto con le regioni ha messo due esponenti moderate di FI come Carfagna e Gelmini che possono favorire con equilibrio il rapporto con governi regionali che sono per gran parte retti dal centrodestra. Ha anche lasciato fuori (ma davvero non aveva più posti disponibili) il mondo dei partitini centristi con cui pure Draghi si è confrontato nelle consultazioni. Vedremo naturalmente se li compenserà in qualche modo con vice ministri o sottosegretari, che spesso non sono posizioni di scarso peso.

Mattarella e Draghi hanno, come si diceva, preso molto sul serio il quadro di fibrillazioni che corrono all’interno delle forze politiche che formano questa coalizione di solidarietà nazionale. L’allarme che veniva dalla votazione sulla piattaforma Rousseau era chiaro e se ne è tenuto conto con un adeguato spazio concesso ai Cinque Stelle, oltre che lasciando il loro leader in una posizione prestigiosa. Ma tensioni ci sono anche nel PD per cui tutti gli uomini di punta delle sue componenti (Franceschini, Guerini, Orlando) sono stati inclusi e in LeU che si è visto riconosciuto il buon lavoro di Speranza.

Così la Lega ha due personaggi che molto si sono spesi per realizzare l’approdo alla solidarietà nazionale come Giorgetti e Brunetta. Chi vuole vedere in trasparenza nota un esecutivo in cui non ci dovrebbero essere difficoltà di guida per Draghi, e dove soprattutto si potranno evitare tensioni inutili dovute al protagonismo dei leader, a cui lascia l’azione esterna nello spazio parlamentare.

A chiarire il ruolo di autentico nocchiero che Draghi riserva a sé c’è l’indicazione del sottosegretario alla presidenza. Qui non c’è stato il personaggio “politico” che collaborasse all’equilibrio interno in nome della sua collocazione nell’universo dei partiti e della lotta politica, così come si era ventilato, ma abbiamo avuto l’indicazione di un consigliere di stato, Roberto Garofoli, che è un “civil servant” per quanto ricco di connessioni con diversi ambienti dei piani alti e più seri di quei mondi. Anche questo un messaggio piuttosto trasparente.


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