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Il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi

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Venerdì ci sarà il consiglio dei ministri che vara il decreto per gli interventi a sostegno delle categorie che hanno subito perdite per le misure di contenimento dell’epidemia. A seguire è prevista la prima conferenza stampa del premier Draghi, che così dovrebbe intervenire in prima persona a valutare quella che da tanti punti di vista è la prima puntata della sua strategia della svolta.

Indubbiamente ha accumulato successi, ma ora affronta le prime tensioni interne alla sua maggioranza. Sul primo versante ha messo a punto una squadra rinnovata per gestire la sfida del contenimento dell’epidemia: sostituiti Arcuri e Borrelli, rivisto e alleggerito il Comitato tecnico scientifico, pianificata la campagna vaccinale, che purtroppo ha dovuto sopportare il fato avverso della sospensione di AstraZeneca, a dir la verità più che altro dovuta alla peculiare situazione tedesca dove si sommano sacche non piccole di no vax di varia appartenenza e insuccessi della Cdu alle recenti elezioni nei Land.

Sul fronte opposto ci sono le resistenze e le pretese interne alla variopinta maggioranza che regge il governo: ognuno vorrebbe poter piantare una propria bandierina acquisendo meriti nella frastagliatissima e complessa geografia dello spaesamento e del risentimento che domina l’opinione pubblica. Così mentre da destra si inneggia alla necessità della pace fiscale, cioè del blocco delle cartelle esattoriali per chi non è in regola col fisco, da sinistra ci si irrigidisce sul rifiuto di quello che viene presentato come un ennesimo “condono fiscale”.

Su un altro fronte alcuni mettono in discussione i miliardi che costa il cash back (e non parliamo della lotteria degli scontrini), ma i Cinque Stelle lo considerano una loro bella trovata intoccabile. Sono due contrasti che si dovrebbero poter risolvere semplicemente con una verifica sui fatti, e invece questa sembra un’impresa impossibile.

Se si riesce a stabilire che le cartelle fiscali che andrebbero rottamate sono semplicemente credito non incassabile o peggio frutti di leggi sibilline, è giusto cancellarle. Se invece sono dei rilevamenti di evasioni (mentre altri cittadini hanno regolarmente pagato il dovuto), cancellarli diventa inevitabilmente una forma di condono. Il governo dovrebbe riuscire a fare chiarezza in merito.

Altrettanto si dica per il cashback. È stato sostenuto che con questo provvedimento si sarebbe contenuta la prestazione “in nero” di tanti servizi per cui l’esborso premiale per i cittadini sarebbe stato ripagato dall’incremento delle entrate fiscali. E’ stato così oppure no? Nel primo caso val la pena di mantenerlo, nel secondo caso usiamo i soldi per qualcosa di meglio.

Naturalmente questi sono solo due esempi semplici da spiegare, mentre ci sono manovre che riguardano settori molto complicati da affrontare, come la decisione dei parametri per determinare i sostegni alle categorie colpite dalle norme di contenimento dell’emergenza. Ormai viviamo in una situazione in cui ogni giorno c’è una categoria che lamenta una contrazione dei propri introiti e chiede a gran voce che lo stato li ripiani. Pur comprendendo le loro difficoltà, bisogna anche dire che molte sono categorie che nei momenti fortunati hanno guadagnato bene senza farsi troppo scrupolo di rendere allo stato il dovuto dal punto di vista fiscale. Oggi sono colpite da una situazione di cui lo stato non ha colpa. Se, per assurdo, lo stato non facesse nulla per contenere i contagi, si pensa forse che la situazione si manterrebbe come prima? In una epidemia selvaggia difficile immaginare che poi la gente si affollerebbe nei ristoranti e bar, viaggerebbe per turismo e via elencando.

Certo c’è un tema che alla lunga sarà difficile non affrontare: c’è tutta una fascia di cittadini che continuano a ricevere stipendi e salari come se il virus non avesse sconvolto le nostre vite, e magari ci sono anche settori che dalla contingenza hanno guadagnato. Un giustizia redistributiva appare però molto difficile in un quadro in cui i partiti fanno tutti a gara a tutelare i loro elettorati “a prescindere”. Stiamo fidando sulla possibilità di fare debito senza difficoltà, convinti che essendo la situazione comune a tutta Europa sarà un debito che verrà poi se non cancellato pesantemente ridimensionato.

Può essere, ma non è sicuro e comunque anche i debiti ristrutturati e cancellati pesano poi sul sistema economico di un Paese. Il governo Draghi ha sinora adottato la tecnica del fare le cose importanti considerando solo un fastidioso, ma non preoccupante rumore di fondo gli interventi dei partiti a difesa di un quadro che rimane tendenzialmente basato sul corporativismo. Tuttavia i provvedimenti devono poi passare in Consiglio dei ministri e, se si adottano i decreti legge (che in questo caso sono obbligati: sono provvedimenti di spesa), ci sarà poi il passaggio parlamentare. Ciò significa che Draghi e la sua squadra devono porsi il problema di affrontare le inquietudini dell’opinione pubblica ed impegnarsi ad educarla a guardare in faccia la realtà anche se questo mette in crisi i molti populismi che sono ancora ben attivi nella sua maggioranza (per non dire di ciò che sta fuori di essa).

Al momento si sta pagando il prezzo di un rallentamento negli interventi, perché il decreto che si varerà venerdì avrebbe potuto vedere la luce già da qualche tempo. In seguito, nel momento in cui si deciderà per il nuovo scostamento di bilancio, c’è da prevedere un nuovo assalto alla diligenza. Perciò urge un serio confronto almeno fra i partiti della coalizione di governo: saranno anche vecchi riti politici, ma avevano e mantengono una loro ragion d’essere.


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