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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Ahia. Anzi, visto che siamo in regime di bicameralismo perfetto, doppio ahia. Mettiamoci pure il filo diretto che unisce Mattarella e Draghi, ed è triplo ahia. E ci fermiamo qui, altrimenti la riserva di inquietudine sale oltre il livello di guardia. La convocazione al Quirinale dei presidenti di Senato e Camera, Casellati e Fico, più che come un semplice campanello d’allarme, l’espressione di una moral suasion coi toni soft dei richiami obbligati, suona come una sirena spiegata di preoccupazione che chiama a raccolta chi di dovere quando l’emergenza preme.

Il gong l’aveva già suonato il Guardasigilli Marta Cartabia di fronte alle insofferenze e ai musi lunghi dei partiti e delle loro articolazioni interne riguardo la riforma della giustizia, senza la quale i soldi del Recovery non arriveranno e l’Italia si ritroverebbe in un default di fiducia e credibilità da parte di Bruxelles. Per non parlare di come reagirebbero mercati con i pericoli per la sostenibilità del nostro debito pubblico.

E dunque poiché repetita iuvant stavolta si è mosso il capo dello Stato. La preoccupazione è che le forze politiche di maggioranza non abbiano inteso la portata del richiamo della Cartabia ora fatto proprio dal Colle e riproposto al Parlamento. Che in altre parole chinino il capo in segno di assenso un po’ per rispetto e molto più per impossibilità di sottrarsi. Ma che dentro di loro, nel loro animo, facciano spallucce. E che per dirla brutalmente di tempi obbligati, vincoli da rispettare o cronoprogrammi da assolvere se ne occupino come fossero tanti optional.

LE ALTRE INCOMBENZE

Invece non è così. Invece il dovere di adempiere ai compiti che riguardano l’Italia, Paese che più di tutti viene premiato dalle risorse del Next generation Ue, è coercitivo. È un percorso definito. per il bene dei cittadini, non per obbedire a direttive stabilite da altri.

La riforma della giustizia va fatta dopo l’estate come pure quella della Pubblica amministrazione espressamente citate dalla presidente della Commissione europea, ma altre incombenze sono alle porte, tipo il decreto semplificazione da varare a fine mese. E più ancora quello fondamentale sull’intera governance del Pnrr: in pratica chi decide dove e come allocare le risorse. Su quest’ultimo diciamo con un eufemismo che esiste disparità di vedute tra il presidente del Consiglio e le forze politiche.

Il primo ambirebbe a costruire una cabina di regia costruita intorno ai ministri tecnici che più di tutti sono espressione della modalità con la quale il capo del governo intende modellare la sua azione. Le seconde puntano al contrario a essere parte delle decisioni. La parte più grande, possibilmente.

Una bella grana per Draghi. Che inoltre deve confrontarsi anche con un Parlamento che si è abituato a non votare più nulla se non i decreti legge. Ora invece è chiamato con una sorta di elettroshock a infilarsi in un tour de force su provvedimenti che sono ossigeno per l’asfittica economia pandemica italiana. Provvedimenti che devono costituire l’intelaiatura su cui poggiare il progetto di Italia che verrà, di garantire il piedistallo operativo per una comunità in grado mettersi al passo con gli altri Paesi europei più avanzati.

L’INERZIA POLITICA

Insomma bisogna debellare una inerzia politica e un’altra procedurale. Sergio Mattarella, che ha voluto a palazzo Chigi l’ex presidente della Bce dopo che i partiti si erano infilati in un vicolo cieco, sa perfettamente che l’Europa si aspetta uno scatto forte dall’Italia. E sa benissimo che l’occasione che abbiamo di fronte è di quelle che o si afferrano o non ce ne saranno altre.

Come è meglio di lui lo sa Draghi che si è esposto in prima misura verso la Ue mettendo in gioco tutta la sua autorevolezza e il suo prestigio. Di fronte ad un quadro per certi versi così drammatico ma anche colmo di opportunità, i partiti si confrontano e scontrano su un’ora in più o in meno di coprifuoco. Orientano le antenne sul sentiment dell’opinione pubblica per vellicarne la pancia più che stimolarne la mente. Devono difendere le loro identità e questo è giusto e necessario, ma anche realizzare un appeasement di sapore quasi pedagogico per lavorare insieme alle misure che sono inderogabili.

Se Mattarella si è mosso, ovviamente nel rigoroso rispetto delle prerogative sue e del Parlamento, è segno che i binari dove cammina il treno del governo con i vagoni delle riforme si stanno divaricando. Eppure non c’è alternativa. Il Pnrr è un insieme articolato di progetti che non può essere disconosciuto. Nessun leader, nessun partito o movimento può assumersi la responsabilità di far fallire una operazione la cui portata e conseguenza non ha eguali nel dopoguerra.

La speranza è che attraverso i terminali dei presidenti delle Camere, il rapporto istituzionale che lega il governo e il Parlamento possa funzionare al meglio. Fuori da questo circuito virtuoso c’è solo la marea montante di irresponsabilità. Sarebbe interessante capire a chi gioverebbe.


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