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Candidati sindaci per il centrodestra cercansi. La battuta è scontata, ma fotografa una realtà a due facce, come la classica medaglia. La prima è un centrodestra diviso che non trova modo di fare sintesi, perché è privo di una identità in qualche modo unificante.

La seconda è che oggi come oggi è un’impresa trovare personalità disposte a mettersi in gioco in una competizione in cui è altissimo il rischio di perdere la faccia: tanto se si perde che se si vince.

Partiamo da questo secondo aspetto che rinvia poi di fatto al primo. La ricerca di sindaci “espressione della società civile” è già di suo una confessione del fallimento dei partiti, perché in fondo ammette che i politici di professione allevati da loro non sono percepiti come parte della società.

Un tempo non era così. La quasi totalità dei sindaci di un certo peso nella storia della repubblica era composta da uomini di partito, al massimo poteva essercene qualcuno che rivestiva anche i panni del ruolo in una qualche professione, ma il nucleo era e rimaneva la sua “militanza”.

Oggi non è più così. Nel centrodestra appena si fa il nome di un “politico” tipo Lupi o Gasparri sembra che si evochi il demonio. Anche nel centrosinistra se possibile si evita, ma lì qualche eccezione c’è, vuoi per la presenza di giovani in carriera (Lepore e la Conti a Bologna) o di qualche gloria azzoppata (Gualtieri a Roma). Non accade tanto perché un sindaco “guadagna poco”, ma perché quel ruolo non è di norma un gradino del “cursus honorum” per diventare leader politici rilevanti.

Quelli che lo sono già se ne tengono lontani, vedi Meloni a Roma o Salvini a Milano. Per loro fare i sindaci sarebbe una diminuzione e un rischio inutile: se perdono ci rimettono la faccia, se vincessero si rovinerebbero oltre che la vita la carriera tanto è forte la possibilità di finire a siglare un fallimento più o meno grande (passare in rassegna i nomi dei sindaci dell’ultimo quindicennio per avere conferme).

Quel paracadute che comunque un tempo ti garantiva il tuo partito, che doveva esserti grato per il sacrificio che avevi fatto, non è più in grado aprirsi e dunque andrai a schiantarti. Già nei partiti la solidarietà comunitaria è un vago ricordo di tempi lontani, figurarsi quando la si deve cercare in coalizioni assai poco coese.

Trasferite queste coordinate al caso di un candidato davvero “civico” e capirete perché una signora o un signore che hanno una loro posizione e una loro credibilità dovrebbero essere vogliosi di caricarsi sulle spalle il peso di amministrazioni cittadine alle prese con problemi enormi e con limitatissime risorse per affrontarli (quando poi non parliamo di un cumulo di debiti).

Questi soggetti poi dovrebbero governare, se eletti, contando su coalizioni rissose sulle quali non hanno nessuno strumento di controllo: figurarsi se i consiglieri che devono la loro nomina ad una qualche fazione del proprio partito sono disposti a farsi disciplinare da un sindaco che, al contrario di quel che sarebbe per loro, può anche voltare le spalle alla politica e tornarsene al suo mestiere o alla sua vita privata.

Se si pone attenzione a questo contesto si capisce subito perché i partiti in genere, ma il centrodestra in specie ha difficoltà a trovare candidati. In questo caso la crisi di Forza Italia e la situazione non brillante in cui si trova il suo leader e fondatore complicano il problema. Lo si voglia o no era in quella sede che poteva venire offerta una uscita di sicurezza verso il mondo delle imprese e delle professioni ad un civico disposto a fare il Cireneo prima come candidato e poi eventualmente come sindaco. Né la Lega, né Fratelli d’Italia sono in grado di garantire qualcosa del genere, anzi l’identificarsi con loro è di questi tempi qualcosa che proprio non giova.

Qui veniamo ad un punto da cui siamo partiti: la carenza di identità del centrodestra. Non si vive di sola demagogia, né di sceneggiate fra social e talk show. L’elezione del sindaco è di quelle dirette sulla persona, il candidato o ha un appeal di suo o glielo deve dare la coalizione che lo porta.

Il centrodestra non sembra esserne in grado, vista la litigiosità che lo percorre, la difficoltà a mostrarsi capace di proposte di sano pragmatismo. La leva della protesta sociale contro il dirigismo burocratico della sinistra ha perso la sua forza propulsiva da quando Draghi sta mostrando che un dirigismo serio nelle mani di persone competenti è capace di ottenere buoni risultati che non si erano avuti né coi gialloverdi, né coi giallorossi: il precedente dei due governi Conte ha inciso nel determinare l’atteggiamento della gente verso “la politica”.

Il centrodestra al momento o gioca di rimessa o non riesce ad uscire dalla sua incapacità di decidere. Con l’eccezione di Torino, che però non ha insegnato niente, o ci si balocca nell’attesa di vedere come andranno le primarie del PD e soci come a Bologna e a Roma, o si rimanda nell’attesa di individuare il novello messia che metta tutti d’accordo.

Perché poi il problema quasi insolubile è che si deve trovare un candidato/a che chiaramente non sia imputabile ad una sola componente della coalizione, perché nessuno deve vantare diritti di primogenitura. Come si può capire, un rebus di impossibile soluzione, perché per forza di cose l’iniziativa di indicare un nome da qualcuno deve pur partire.

Il fatto è che queste elezioni sono vissute da tutti, nel centrodestra come nel centrosinistra, semplicemente come un test elettorale per vedere a chi spetterà di guidare le danze in quelle nazionali. Il destino delle città importa molto relativamente.


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