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Un manifesto con il populismo

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PIU’ che sbigottire di fronte alle intemerate dell’Elevato e ai suoi surreali giudizi su Giuseppe Conte “privo di visione politica e di capacità manageriali” dopo averlo appoggiato per quasi quattro anni e due governi di colore opposto, quel che davvero i parlamentari Cinquestelle dovrebbero chiedersi è cosa davvero serve ora al Paese, quali le modalità per rimetterlo in sesto, quale l’interesse generale da perseguire.

La risposta è scontata: tutto tranne il populismo. In fondo nello scontro tra il Fondatore e Giuseppe Conte  ciò che è stato dimostrato è che il MoVimento non ha retto la prova di governo; che le parole d’ordine per il passaggio alla democrazia diretta sono risultate quel che erano già a prima vista: espressioni visionarie che inutilmente nel suo Statuto “seicentesco” l’ex premier aveva cercato di correggere. Che la “Caporetto del precariato” è stata una frase buona per i titoli dei giornali; che i Navigator sono diventati l’ennesima ondata di precari da stabilizzare, che il Reddito di cittadinanza concepito per alleviare le sofferenze della parte più disagiata della popolazione in troppi casi è finito nella tasche di chi non lo meritava o addirittura di esponenti della delinquenza organizzata.

Il populismo non ha retto la prova di governo perché governare significa assumersi responsabilità e soprattutto confrontarsi con la realtà e non con i desideri e gli slogan declamati in corteo.  

Ora Beppe Grillo richiama i grillini alla mission originaria, alla palingenesi del sistema seguendo schemi mentali e pratiche politiche terzomondiste. Ma la rivoluzione vagheggiata ha triturato i propri figli e la riproposizione di parole d’ordine e di pratiche come il voto sulla piattaforma Rousseau segnano un ritorno al primitivismo che mal si adatta con la situazione concreta del Paese. Se la classe politica pentastellata, che proprio nella pratica di governo si è evoluta ed ha acquisito capacità e competenze, non sa resistere alle sirene che echeggiano da Marina di Bibbona la melodia primordiale di una forza politica obbligatoriamente antisistema, faccia pure. Vuol dire che perderà l’appuntamento con la storia per una crescita e la definitiva uscita dal visceralismo adolescenziale.

Se invece vorrà emanciparsi alla luce dei problemi veri dell’Italia lavorando affinché torni ad essere una landa competitiva e rinnovata, capace di dare sbocco alle necessità dei giovani, delle donne, dei professionisti, allora ha un’unica strada davanti a sé: profondere il massimo di energie per affiancare Mario Draghi nell’azione di governo.

In altri termini: rimboccarsi le maniche ed essere il convinto sostenitore delle riforme che servono ai cittadini per creare una comunità più moderna, più smart come diceva una volta Luigi Di Maio, più in grado di essere attrattiva e all’altezza del ruolo che le spetta in Europa. Sfruttando le risorse che la Ue mette a disposizione in quantità superiori a quelle di ogni altro Paese: ma pretendendo che la road map riformista sia rispettata nei tempi e nei modi. Ubbidire è facile ed elimina il rischio di sbagliare. È ciò che i grillini di governo, smessi gli abiti di lotta, possono fare riempiendosi le orecchie della melodia del pifferaio di Hamelin che li ha portati al potere. Crescere ed emanciparsi è molto più difficile ma consente di raccogliere soddisfazioni che solo la maturità e la consapevolezza guadagnata sul campo possono consegnare.

Quello di Grillo è un mondo in cui non c’è altro da fare che imbracciare il fucile ideologico che il Garante consegna, magari dopo l’ennesimo incontro con l’ambasciatore cinese in Italia. Implementare il sentiero riformista è molto più complicato ma può schiudere orizzonti di miglioramento e sviluppo che sono a portata di mano a patto di volerli davvero raccogliere. Da un lato ci si può accucciare nell’ identità e nel ruolo di burattini nelle mani di qualcuno che muove i fili a suo piacimento. Dall’altro, provare a camminare da soli sul proscenio delle istituzioni, con la soddisfazione di essere autonomi e detentori del proprio destino.

È ciò he ha scritto ieri Roberto Napoletano nel suo editoriale su questo giornale. Se la voglia di crescere, di autodeterminate il proprio comportamento prevarrà, il MoVimento avrà fatto un balzo in avanti sul piano della maturazione e del servizio al Paese. Se al contrario la comoda e infantile scelta di restare all’ombra del Fondatore risulterà vincente, il grillismo sarà stato una parentesi tanto destabilizzante quanto inefficace nella storia politica italiana.

È la scelta da fare adesso, il Rubicone da passare ora. Ribaltando il Pnrr di Draghi, il Paese affonderà senza rimedio. Se Grillo vuole questo, se ne assumerà le conseguenze di fronte agli elettori. Se la classe dirigente grillina intenderà seguirlo su quella strada, farà da contorno al Puparo dell’irresponsabilità.


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