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Giorgia Meloni

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Non c’è verso di mettere un freno alla confusione promossa dalla politica. Nonostante lo sforzo, pienamente riuscito, da parte di Draghi di parlare chiaro (LEGGI), in molti partiti si continua a rifiutare di fare i conti con la realtà. In fondo non ci dovrebbe voler molto a capire che anche riconoscendo che la ripresa pandemica attuale sia meno drammatica in termini di casi gravi e potenzialmente letali, se crescerà molto il numero dei contagiati si avranno ricadute pesanti sia sull’economia (chi è ammalato difficilmente potrà lavorare, vedi quanto sta avvenendo in Gran Bretagna) sia sulla tenuta degli equilibri sociali (adesso ci sono le carnevalate dei no vax, ma se la pandemia non viene portata sotto controllo ci sarà la rivolta feroce della maggioranza contro questi sedicenti libertari).

Eppure i partiti continuano a far politica coi vecchi schemi. Giorgia Meloni sta bruciando una certa credibilità che si era guadagnata come esponente di una destra capace di realismo continuando nelle insopportabili intemerate a favore di una libertà e contro una dittatura entrambe parto delle sue fantasie. Salvini cerca di tenere i suoi due piedi in almeno sei scarpe differenti, facendo credere che vuole le vaccinazioni estese, ma solo col convincimento platonico, visto che non accetta neppure quello derivante dalla promozione del green pass come condizione per poter fruire di una ampia agibilità sociale. I Cinque Stelle vanno in ordine sparso sulla faccenda vaccinale, perché sono tutti concentrati sulla riforma della giustizia.

In verità qui dimostrano tutta la confusione che regna nelle loro fila. Che un membro del governo, la ministra Dadone, che ha votato la sera prima nell’esecutivo per autorizzare il ricorso alla questione di fiducia, affermi il giorno dopo che M5S deve valutare se far uscire i propri ministri dal governo è qualcosa difficile da capire. Naturalmente puntualizza che la valutazione sarà fatta “assieme a Conte” (e ci mancherebbe altro, visto che lo statuto lo fa arbitro assoluto della linea politica) e che si ricorrerà ai mezzi estremi solo se non verranno fatte correzioni significative, ma guarda caso il premier aveva appena detto che in un governo di coalizione nessuna componente può pretendere di piantare le sue bandierine se gli altri non le condividono. Preoccupa peraltro che il ministro Patuanelli abbia anch’egli insistito sulla necessità di ottenere riconoscimenti per le tesi grilline.

In una fase del genere toccherebbe a Conte prendere il timone e dire una parola chiara, imponendo silenzio nei ranghi. Perché la questione sul tavolo è ormai squadernata: non ci sono tentativi di aumentare le sacche di impunità, non c’è volontà di mancare di realismo sulle condizioni attuali della macchina giudiziaria (che peraltro non sono dovunque in condizioni di sofferenza), c’è la ferma decisione di mostrare che l’Italia per fare “bene” come avviene in tanti altri paesi non ha bisogno di ottenere “licenze” per eccezioni o per leggi speciali. A questa impostazione i partiti devono rispondere, assumendosi anche l’onere di scontrarsi con quelle lobby che per pigrizia intellettuale o per difesa di piccoli privilegi preferirebbero tenere tutto nel limbo di un sistema arreso all’impossibilità di essere “normale”.

È quanto i partiti sostanzialmente rifiutano di fare. Da un lato con la fuga in avanti nei referendum sulla giustizia, tesi a sfruttare la scarsa fiducia ormai dei cittadini verso la macchina della giustizia, pur sapendo che l’esperienza ha mostrato come i risultati che si possono raggiungere per quella via sono facilmente aggirabili. Dal lato opposto con l’eterno ritorno del moralismo da quattro soldi della demagogia, che pretende di difendere una giustizia del tutto astratta, quella famosa dei puri che epurano in continua lotta fra loro. Colpisce che non si riesca a costruire un fronte compatto e trasversale fra tutte quelle componenti che da FI al PD hanno cercato in passato di affrontare con una certa razionalità il nodo della giustizia. Sappiamo tutti che FI ha paura a sganciarsi dalla destra e il PD a mettere alle strette il grillismo, ma devono farlo se vogliono avere un ruolo nella squadra di Draghi.

Agli osservatori non è infatti sfuggito che il premier ha preso di petto la questione dei presunti spazi che si aprirebbero grazie al semestre bianco, ormai di fatto già avviato. Questi spazi non esistono, a meno che ci sia un’ampia volontà di far saltare l’opportunità di godere dei finanziamenti europei e si voglia far finire il paese in un burrone. Per nostra fortuna, è una scelta suicida che dovrebbe essere concordemente presa da un fronte ampio all’interno della coalizione di governo, e questo fronte ampio non esiste. La ministra Dadone parla perché ha la lingua in bocca, ma se pensasse anche solo un poco si renderebbe conto che l’uscita di M5S dal governo significherebbe semplicemente restare fuori dai centri decisionali fino alla elezione del nuovo inquilino del Quirinale e affrontare poi la prova delle urne in pessime condizioni. È quanto tutti gli avversari dei Cinque Stelle hanno chiarissimo, e dunque sono i loro alleati che dovrebbero farglielo capire con una certa determinazione.

Crediamo che Conte abbia capito la situazione. Certamente Draghi sente di tenerla sotto controllo come ha mostrato nella sua conferenza stampa. Dunque andrà avanti, essendo ormai entrato nella fase di attuazione del PNRR di cui la riforma Cartabia è parte essenziale (anche perché così l’hanno fatta diventare i suoi vari oppositori).


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