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Mario Draghi

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Il premier Draghi ha fretta, la stessa fretta degli imprenditori e di un Paese che vuole scrollarsi di dosso presto, prestissimo, tanto la pandemia che le scorie del passato. In attesa perciò che scienza (o forse domineddio) ci aiuti per il primo flagello, la ricetta Draghi si prefigge di essere il toccasana per il secondo.

Ma, c’è un “ma” rappresentato dai cento personaggi in cerca d’autore che si aggirano per la politica italiana e che, a dirla tutta, condividono il tragitto, o parte di esso, solo a patto che ci sia un tornaconto. Ecco perché si può ben dire che il discorso del premier alla platea di Confindustria è molto di più di un formale riconoscimento, di una cornice che comprende intenti comuni.

È il “manifesto” del governo, e anche del “draghismo” inteso come categoria dello spirito pragmatico che lo pervade. Volendo precorrere i tempi, è persino il documento programmatico di un partito, che su queste colonne il bravo Fusi ha definito il “buon” Partito della Nazione, sfrondato dagli affarismi che lo hanno affossato, ma che per ora semplicemente potrebbe essere denominato “Pdd”: non l’accrescitivo di ciò si agita nella sede nel Nazareno, bensì “Partito di Draghi”.

Assodato che non sarà il nostro cauto premier a esserne a capo, ma solo l’ispiratore, è lecito domandarsi se la politica sarà capace di intestarsene propositi e finalità fino in fondo. Per ora è aperto a tutti, contendibile in una gara per chi in questi mesi ha voluto rappresentarsi come “il più draghiano del bigoncio” (prima d’essere contagiato dai “no vax” fu Salvini, ora scaltramente Letta).

Messe in soffitta le suggestioni di un futuro affidato all’alleanza con Conte, il Pd ne ha compreso infatti le potenzialità e si prefigge, per ora senza aver costruito un percorso adeguatamente percorribile, che Draghi resti “fino al ’23 e oltre”. Lapalissiano che l’”oltre” diventa mero esercizio dialettico, se non si provvederà a costruire in questi mesi una base solida a un orizzonte del genere, che già terrorizza – non a caso – i fautori del “Conte forever”, ovvero Travaglio e i suoi seguaci.

Se il Pd volesse davvero mettere il cappello sull’”agenda Draghi” di qui al futuro, ha il dovere di fare presto e abbandonare in toto certe scorie. Il centrodestra, pur partendo da posizioni assai più vicine a quelle espresse dall’ex presidente Bce, inopinatamente si è fatto scalzare: questo è stato l’errore vero commesso da Salvini, al di là della confusione vaccinale. Non sapersi “agganciare” al treno della ripresa dell’Italia tratteggiato da Draghi, di cui pure il Cav è stato anticipatore.

Nelle prossime settimane andranno a scadenza tanti dei nodi cruciali che il governo è stato chiamato a sciogliere, e a inizio gennaio le manovre per il Colle detteranno le danze di ogni partito. Ecco perché c’è la fretta di chiudere questo primo ciclo di cure per il Paese, e perché una formazione politica in costruzione dovrebbe oggi cominciare a coagularsi seriamente attorno al “Patto Draghi”.

Movimenti sotterranei ce ne sono a iosa, e nei palazzi se ne parla come di un dato di fatto futuribile e necessario, ma guai a entrare nel dettaglio: chi ci lavora se lo tiene per sé (e vorrebbe cavarci il meglio per sé). Così il “Partito di Draghi” sta nascendo acefalo: per forza di cose e per caratura di personaggio.

Vi si richiamano, a parole, anche larga parte dei senzapatria e sanculotti della Repubblica, un tempo banalmente “responsabili” e adesso abilmente acquattati in attesa di un’”ora X” che potrebbe scattare tra fine gennaio e inizio di febbraio. Quando cioè, nel segreto delle prime tre votazioni quirinalizie, il nome di Draghi potrebbe spuntar fuori con la naturalezza che merita, sull’onda delle cose e il traino di una standing ovation.

Eppure, come constata Giorgia Meloni in un un’intervista, “hanno tutti paura di mandare Draghi al Quirinale perché poi si vota”. Ha ragione, il rischio c’è: soprattutto senza un “patto per l’Italia” da parte di tutti (o quasi tutti). I sagrestani del “quieta non movere” dicono che finché “lui” non darà un cenno, inarcherà un sopracciglio, mostrerà un interesse, bisognerà occuparsi d’altro.

Ciò che non hanno chiaro, o fingono di non avercelo, è che però Draghi non parla il linguaggio della “politica politicante” e il discorso alla platea di Confindustria è uno di quei segnali: l’apertura di una prospettiva di governo che può continuare, se condivisa dalle forze responsabili del Paese, anche senza di lui. Un “patto Ursula” che sappia condurre in porto il lavoro impostato e che trovi, al Quirinale, la sponda di chi l’ha impostato. Senza scossoni e senza badare all’”uovo” di oggi.

Se la maggioranza politica facesse propria questo invito, sarebbe possibile non solo risanare il Paese dalle sue mille ferite, ma persino trasformare l’ultimo scorcio di legislatura in una Costituente, ultimo Parlamento con una base adeguatamente rappresentativa per varare riforme elettorali e, perché no, istituzionali. Ma se i partiti maggiori preferiranno i distinguo capziosi delle loro contese infinite, ecco che occorrerà organizzare le truppe che già ci sono in Parlamento e che possono diventare centrali nella prossima Repubblica. Spezzoni che si sono già armati in proprio, più i “naturali” seguaci della ricetta draghista: ovvero Renzi, Calenda e Bonino. Quindi i ministri più “vicini” al premier: Brunetta, Giorgetti, Guerini, Carfagna.

Chi avrà il coraggio di prendere per primo le insegne di un’operazione del genere? Chi si mostrerà in grado di diventare king maker e “federatore” di un Patto per ’Italia, costi quel che costi? Dietro un destino di gloria c’è sempre la sofferenza di un abbandono, di uno strappo, di un salto senza rete: sotto a chi tocca, allora.


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