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Ursula von der Leyen e Mario Draghi

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Stacchiamoci un attimo dal totonomi per il Quirinale, che è sempre più un gioco di “influencer” che sperano di farsi dei meriti sostenendo questo o quello. Le questioni più importanti sono altre e dipendono da domande che i partiti politici si rifiutano di prendere in considerazione. La prima riguarda come si pensa di continuare a tenere insieme questa maggioranza larghissima che quasi tutti giudicano imprescindibile per la messa sui giusti binari del PNRR. Una almeno relativa coesione nazionale si stenta a vedere. Tutti rincorrono il mantenimento e l’allargamento del proprio bacino di consenso, come si nota benissimo dai vari interventi sulla legge di bilancio. Non c’è un clima diverso rispetto al solito: ciascuno punta a tutelare qualche sacca di privilegio, grande o piccolo che sia, e le alleanze sono più che altro “competitive” nel disputarsi il consenso di qualche settore specifico.

Forse si sarà colto che, per esempio, da un lato si manifesta qualche preoccupazione perché il rialzarsi dell’inflazione erode le possibilità di spesa di molte famiglie, e poi si continua a spingere nella politica dei “bonus” tipo quello per le terme che invero non ci sembra un prioritario obiettivo di rinascita. Ma è solo un esempio, basta spulciare le cronache e se ne trovano vari altri.

Ora cosa succederà in primavera quando ci sarà una nuova tornata di elezioni amministrative? Se ne parla già, tanto che Salvini ha lanciato per il centrodestra l’ipotesi di ricorrere a primarie per la scelta dei candidati di coalizione e c’è da attendersi che qualcosa di simile si faccia anche nel centrosinistra che fra l’altro ha una consolidata tradizione al proposito. Si può davvero pensare che il governo attuale possa attraversare indenne una nuova campagna elettorale che sarà resa, se possibile, ancora più aspra dal fatto che si svolge ad un anno da elezioni politiche decisive?

Per semplificarci l’analisi, proviamo a supporre che le elezioni per il Quirinale si riescano a fare senza traumi eccessivi, ma comunque si dovrà andare ad una riforma della legge elettorale, a meno che non si voglia che elezioni del 2023 si trasformino in una lotteria suicida. Il governo, se non vuole mettere ulteriormente in discussione la sua vicenda, dovrà tenersi alla larga da quel confronto, ma i partiti riescono a gestirlo senza che si trasformi in un ulteriore colpo alla tenuta del sistema? Qualche risposta seria sul tema ce la aspetteremmo.

Veniamo al problema del PNRR. Tutti sanno che si dovrà garantirne una gestione adeguata oltre la scadenza di questa legislatura. Alcuni partiti, non solo il PD, ma ora anche FI, dicono che si dovrà trovare il modo perché Draghi continui nel suo ruolo. Come si pensa possa essere possibile? È fisiologico che il confronto elettorale, quale che sia la legge, si svolga contrapponendo programmi da parte dei competitori. Anche qui, per semplicità, immaginiamo che ci sia un confronto bipolare fra centrodestra e centrosinistra. Si può davvero immaginare che entrambi dicano: benissimo, il nostro programma lo gestirà comunque Draghi? Non ci crediamo, fingiamo di crederci. Si dovrebbe però supporre che l’attuale premier sia disposto a governare tanto con un programma di centrodestra quanto con uno di centrosinistra (entrambi scritti da altri), dipenderà solo da chi avrà la maggioranza. Ma Draghi non è come fu Conte un uomo per tutte le stagioni e siccome presumiamo che non sia disponibile a diventare in anticipo portabandiera di uno dei due poli (fra il resto il suo governo in carica salterebbe subito, prima dell’esito delle urne) sarà di necessità escluso dalla gestione della seconda fase del PNRR.

Non pensiamo che sarebbe tanto meglio se una riforma elettorale di tipo radicalmente proporzionale portasse in una situazione parlamentare frammentata in cui si ripetessero le incertezze che hanno portato all’attuale esperimento. Una seconda volta il miracolo di Mattarella avrebbe difficoltà ad essere riproposto.

È comprensibile che i partiti oggi non riescano a rispondere a questo tipo di domande, che però sono quelle decisive, perché il futuro del nostro paese dipende dalla capacità di uscire da questi enigmi. Le forze politiche non sono nelle condizioni di fare una analisi fredda del contesto in cui ci muoviamo e preferiscono prendere ciascuna qualche frammento della realtà e farlo passare per il tutto. Toccherebbe dunque a quella che una volta si chiamava la pubblica opinione esigere che questi temi cruciali trovassero delle risposte.

Se non si riesce a mettere al centro del dibattito la questione di come si pensa di gestire i sei anni in cui si distenderà il PNRR, se si continua a lasciar correre che ogni partito faccia credere che coi soldi europei potremmo distribuire prebende a questo e a quello (a cominciare dal taglio delle tasse), non si riuscirà a portare il paese a quel livello di coesione del suo sistema necessario per uscire dalle molte paludi che si sono lasciate formare in questi decenni ed a trarre l’auspicato profitto dalle risorse che l’Europa ci mette a disposizione (e che in buona parte dovremo poi restituire).

Impegnarsi nel totonomi sul Quirinale, inventarsi soluzioni fantasiose per tenere a posto le tessere del sistema può essere un gioco divertente (almeno per alcuni; per noi no), ma non è più tempo di giocare: c’è da cogliere una occasione che non si ripresenterà per un bel po’ di tempo.

da mentepolitica.it


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