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Sergio Mattarella e Mario Draghi

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Dalla Dad, didattica a distanza, per gli studenti alla Vad, votazione a distanza, per i grandi elettori del Presidente della Repubblica? I contagi non risparmiano nessuno, e appare scontato che la rapidità di diffusione dell’ultima variante Covid finisca per colpire anche gli ambienti parlamentari.

Le previsioni ultime, rispetto alla trentina di parlamentari (compresi tre ministri) già alle prese con cure o precauzionali quarantene, dicono che verso la fine del mese, quando si ipotizza il picco, la nuova fase pandemica potrebbe colpire più del 10%, forse addirittura il 20%, dei circa mille parlamentari e delegati regionali che formano il “collegio perfetto” a cui la Costituzione affida il compito di scegliere il Capo dello Stato.

Per quanto estrosa possa apparire la dinamica dei contagi tra i gruppi politici (compresi quelli ormai straboccanti dei misti nelle due Camere), la diminuzione del numero dei votanti, con assenze tra i cento e i duecento aventi diritto, potrebbe scompensare i due diversi quorum che la Costituzione ha posto a garanzia dell’espressione dell’unità nazionale dell’inquilino del Quirinale, ovvero i due terzi nei primi tre scrutini e la maggioranza assoluta dal quarto voto.

La situazione è in effetti senza precedenti. Ma c’è da rilevare che mai prima si era manifestata una emergenza come quella del Covid, anche se lo stato di pericolo con cui ci si misura ormai da due anni dovrebbe aver reso avvertiti sui limiti della logica emergenziale.

Vale per le polemiche che hanno accompagnato la riapertura delle scuole, che vede alcune Regioni – e dispiace siano in prima fila alcune del Mezzogiorno – addirittura preferire la Dad al rientro in presenza – ovviamente con tutta la sicurezza possibile – degli studenti nella loro naturale comunità di apprendimento, formazione, socializzazione e crescita.

L’esperienza fin qui compiuta dice che la Dad è comunque un surrogato rispetto alla vita delle comunità scolastiche. Ma si può dire che la Vad sia un surrogato della democrazia del contagio in Parlamento?

La Costituzione ha voluto che i grandi elettori del Capo dello Stato si riunissero, sì, in Parlamento, ma soltanto come seggio elettorale.

 Cioè senza discussione, né preventiva né nel corso dei lavori, il che significa che non ci sarebbe la mutilazione di qualche prerogativa qualora anziché in presenza il voto fosse espresso a distanza dai temibili catafalchi che storicamente proteggono la segretezza del voto. Questa della segretezza del voto è, piuttosto, la vera questione, che la Vad dovrebbe essere in grado di risolvere tecnologicamente (a differenza della Dad per quel che attiene i rapporti umani). Semmai, si potrebbe temere il rovescio se, nonostante la casualità del rischio, una decimazione per contagio compromettesse il meccanismo costituzionale, al punto da consentire – come qualcuno ha già paventato – persino conflitti di attribuzione.

Eppure una qualche regolamentazione non solo dei doveri propri di ogni cittadino nei confronti degli altri cittadini, come per il green pass, ma anche rispetto a prevedibili conflitti istituzionali dovrebbe pur esserci. A maggior ragione da parte del soggetto istituzionale che anche in recenti circostanze ha lamentato sovrapposizioni emergenziali del potere esecutivo su quello legislativo.

Il caso ha voluto che proprio ieri la Camera abbia avviato la discussione sulla regolamentazione delle lobbyng, presentata dal costituzionalista Stefano Ceccanti (sostenitore, peraltro, dell’apertura al voto a distanza per il Quirinale) come “un segnale di crescita”.

Indubbiamente è da considerarsi tale se, come lo stesso Ceccanti si è chiesto, le istituzioni su cui si preme si mostrino “adeguate”. E non solo da parte delle lobby esterne.


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