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Oggi alle 11 i sindacati incontrano Mario Draghi a palazzo Chigi. Le parti sociali chiedono nuove misure per contrastare l’impennata dell’inflazione e il crollo verticale del potere d’acquisto di salari e pensioni e per sostenere l’economia. “Vediamo cosa ci dirà Draghi – ha detto nei giorni scorsi il segretario della Cgil, Maurizio Landini – ma non abbiamo segnali che abbiano pronto un piano per affrontare l’emergenza d’autunno che sarà drammatica”.

Landini arriva carico: “Basta con le una tantum. Adesso servono 200 euro netti al mese in busta paga, per sempre”, ripete da qualche tempo. E soprattutto sembra prepararsi a raccogliere le proteste di piazza che si aspettano nel prossimo autunno, quando saranno finite le vacanze ma la guerra in Ucraina sarà ancora in corso e i morsi dell’inflazione cominceranno a farsi sentire.

Qualcuno addirittura sospetta che proprio Landini possa, dietro le quinte, soffiare sul fuoco del malumore. In effetti, non sarebbe una novità. Anche perché, in un paese come il nostro, dove la politica sembra ribollire continuamente nel pentolone – con i partiti della ‘prima repubblica’ di fatto estinti e con i partiti ‘nuovi’ che nascono e muoiono nell’arco di una o due legislature – l’unica organizzazione che non conosce l’autocritica e il ricambio sembra proprio essere il sindacato.

Ma parliamo ormai di un sindacato in crisi. Giorni fa Landini ha riunito i rappresentanti dei principali partiti del centrosinistra per spiegare loro che mentre i partiti perdono iscritti, il sindacato sarebbe il luogo della partecipazione con più di 11 milioni di adesioni. La verità che emerge da tutte le indagini è molto diversa. Anche il sindacato sta perdendo iscritti. Ma il fenomeno più importante è che la gran parte di questi sono pensionati mentre non c’è alcuno sfondamento nel mondo dei giovani e delle partite iva. Il che dimostra che lo strumento sindacale appare sempre più inadeguato per rispondere alle sfide del tempo.

Non bisogna dimenticare che siamo in stagnazione da vent’anni e solo ora – sotto il governo Draghi – abbiamo importanti segnali di crescita, nonostante le difficoltà esplose a causa di imprevisti eventi epocali: la pandemia, l’inflazione, la guerra. La nostra economia è stata fiaccata finora dal debito pubblico, dalla spesa pubblica improduttiva, dalla spesa per interessi (per ripagare il debito), dalla scarsa produttività, dall’alta tassazione e da una amministrazione statale votata a bloccare e ritardare investimenti e crescita. La lunga stagnazione italiana, aggravata dalle sconsiderate politiche dei governi populisti di questa legislatura, è alimentata dalla stagnazione dei salari e del reddito da lavoro e insieme con la disoccupazione e l’inoccupazione: elementi che rappresentano il cuore e il senso dell’azione sindacale e che evidenziano il contestuale fallimento della missione del sindacato in questi ultimi anni.

La Cgil porta il peso delle maggiori responsabilità non solo perché è il sindacato più grande, ma perché è stato il più conservatore. Ha difeso a lungo i feticci ideologici che hanno impedito di avere in Italia quel sindacato moderno partecipe del miglioramento della produttività, della competitività, della contrattazione aziendale e territoriale. Negli ultimi anni la Cgil ha sposato un approccio populista, inconcludente e inefficace che ha trascurato l’essenza del mestiere sindacale e ha ostacolato i tentativi di modernizzazione e riforma del mercato del lavoro italiano.

Proprio di recente Landini ha dichiarato: “All’epoca di Conte abbiamo lavorato molto bene, lui ha fatto una serie di cose, come il blocco dei licenziamenti e varie misure sociali che si muovevano nella nostra direzione”. La verità è che in questi anni la Cgil ha flirtato esplicitamente con il populismo economico del M5s e, perfino, della Lega: da una parte, diventando una porzione della loro base elettorale, dall’altra, ispirando le politiche economiche dei gialloverdi. Oggi che il M5s è in crisi e l’astensione elettorale aumenta in modo esponenziale, Landini vede uno spazio di manovra per la sua leadership. Nega tuttavia di voler fare un partito. E si capisce perché: significherebbe depotenziare il ruolo del sindacato trascinandolo nella lotta politica quotidiana. “Se a dicembre al Congresso, che è il momento del nuovo mandato, il segretario lasciasse per gettarsi in politica sarebbe una dichiarazione di morte del sindacato”, ha chiarito. Ma il capo della Cgil vuole comunque svolgere un ruolo di orientamento e di indirizzo. “C’è un vuoto politico, una rottura fra lavoro e politica, ed è la prima volta, se ci si pensa”, ha detto Landini in questi giorni. Proprio in questo vuoto il sindacato potrebbe tornare protagonista. Promette: “A settembre metteremo in campo mobilitazioni di tutti i tipi. Sono pronto a scendere in campo, non lo lascerò a qualcun altro”. La paura è che una grande fetta dei lavoratori possa finire nelle braccia del centrodestra.

Ma quale sarà l’alternativa? La sensazione crescente è che il sindacato postcomunista, perso l’ancoraggio ai grillini in caduta libera, possa puntare a occupare lo spazio della protesta lasciato scoperto, traendo ispirazione da quella sinistra populista e antiliberale che rialza la testa in Francia con Jean-Luc Mélenchon, ma senza assumersi i rischi della leadership in prima persona. Il proposito di Landini sembra quello di mettersi alla testa della mobilitazione di piazza contro il governo Draghi, che considera il suo peggior nemico. Proprio contro il premier ha mobilitato uno sciopero generale, tutto politico, nel dicembre 2021. Per Landini, Draghi “non sta producendo riforme, o almeno quelle che vogliamo noi, in chiave sociale; si muove anzi in senso inverso. E non ci ascolta”. Vedremo quale dialogo si aprirà oggi con il confronto a Palazzo Chigi. Nel caso in cui fosse insoddisfacente, è probabile che Landini, con le pressioni di piazza del prossimo autunno, tenterà di costringere governo e parlamento a scrivere la prossima manovra sotto dettatura della Cgil, contando sulla frammentazione e sulla debolezza dei partiti presi dalla campagna elettorale del 2023.


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