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IL GIORNO dopo il giro di consultazioni tra la presidente del Consiglio e le delegazioni parlamentari dell’opposizione, cosa rimane? La domanda fa il giro dei palazzi della politica. «Rimane poco, un arrivederci al prossimo incontro-scontro». Certo è che in questo contesto, in cui l’Esecutivo si scontra con i cugini francesi per la questione migranti e internamente con gli alleati, Lega e Forza Italia, sulle nomine, può essere un diversivo iniziare a intavolare una trattativa sulle riforme istituzionali.

I MALUMORI

Ma è altrettanto vero che la domanda è: cosa rimane all’indomani delle consultazioni? Restano le divisioni all’interno delle opposizioni e perché no, differenze fra gli azionisti che compongono la maggioranza. La Lega di Salvini ha messo i paletti, salvo poi ritrarsi. «Il premierato mette a rischio l’autonomia del Parlamento» si è lasciato scappare, martedì pomeriggio, il viceministro del Carroccio, Edoardo Rixi. E lo stesso ha scolpito il capogruppo leghista a Montecitorio, Riccardo Molinari. Non è un mistero che ambienti leghisti sposino più l’elezione diretta del capo dello Stato che il premierato. Il tutto senza perdere di vista l’autonomia. Ma il giorno dopo il clima è diverso. Bisogna mettere da parte le tensioni.

Il ministro Giuseppe Valditara, leghista, non entra nel dettaglio ai microfoni di SkyTg24: «Abbiamo preso con gli elettori un impegno politico, presidenzialismo e autonomia. Si valuterà come declinare il percorso del presidenzialismo. Dobbiamo piuttosto rispondere a un’opposizione che cerca di delegittimare questo percorso, noi vogliamo proseguire con il mandato popolare». Dalle parti di FdI tocca alla vice capogruppo Augusta Montaruli ricordare che «le riforme oggetto del confronto tra il governo e le opposizioni gettano le basi per un’Italia stabile che può crescere ulteriormente. Questo l’obiettivo dell’Esecutivo Meloni, che sta tracciando la strada in cui l’unica priorità è una nazione più moderna ed economicamente forte. Il massimo coinvolgimento di oggi dimostra la consapevolezza dell’importanza di questo passo, ma anche di come il punto centrale e coraggioso del programma di centrodestra, di cui il governo ha pieno mandato, stia diventando un bisogno riconosciuto da tutti».

E sempre in area FdI, il capogruppo a Montecitorio Tommaso Foti prende di mira Schlein dopo il faccia a faccia con Giorgia Meloni: «La segretaria del Pd sembra piuttosto confusa. Prima ha affermato che le riforme costituzionali non sono una priorità, ma subito dopo, come priorità ha avanzato la riforma della legge elettorale. che è solo la conclusione di un procedimento. Non capiamo se si tratti di sconsiderata baldanza o di gioventù bruciata».

LE OPPOSIZIONI

Insomma, qualcosa non ha funzionato. Altrimenti le dichiarazioni ufficiali avrebbero altri toni. La maggioranza cerca di far notare le divisioni delle opposizioni. Ragion per cui l’azzurro Maurizio Gasparri la mette così: «Le sinistre sono divise: non sanno cosa dire e quindi oppongono al presidenzialismo l’armocromismo. Cercano di imporre le loro idee, mentre noi chiediamo di discutere su come dare ai cittadini il diritto di eleggere chi lo governa». Sull’altra sponda, l’opposizione si mostra dubbiosa sulle sorti finali della riforma. Dai cinquestelle, ad esempio, è arrivata un’apertura per una commissione bicamerale. Ma, osserva la vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, «le riforme costituzionali hanno un senso se, grazie a esse, i divari del nostro Paese vengono colmati, non aumentati».

GLI APERTURISTI E IL PD

I più aperturisti restano i centristi del Terzo Polo, con sfumature diverse tra Renzi e Calenda. E se la super renziana Maria Elena Boschi pone due condizioni (elezione diretta del sindaco d’Italia e stop al bicameralismo), Maria Stella Gelmini, vicesegretaria e portavoce di Azione, afferma che «nell’incontro di ieri con la presidente Meloni abbiamo chiarito due punti per noi fondamentali: non si tocchi un’istituzione come la presidenza della Repubblica e, diversamente da Pd e 5 Stelle, siamo favorevoli al rafforzamento dei poteri del premier». E che il Terzo Polo sia spaccato lo si capisce dalle parole della capogruppo al Senato di Iv, Raffaella Paita: «Non faremo alcun coordinamento con M5S: se Azione vuole questo, faccia pure».

Mentre Elly Schlein, segretaria del Pd, ribadisce che «non siamo favorevoli all’elezione diretta del presidente della Repubblica» e che «abbiamo portato le nostre proposte sulla riforma elettorale, basta le liste bloccate, sulla questione di come limitare la decretazione d’urgenza. Si può introdurre la sfiducia costruttiva a favore della stabilità, ma bisogna anche rafforzare la rappresentanza, gli istituti referendari, le leggi d’iniziativa popolare e quella sul conflitto d’interessi. Abbiamo portato le nostre proposte e detto sì a un confronto che però sia vero». Insomma, chi si oppone all’inquilina di Palazzo Chigi non ha una linea comune. E dunque: cosa resta delle consultazioni sulla riforma costituzionale? Resta lo scontro politico. E, come sussurrano in Transatlantico, «la propaganda di una fazione e dell’altra».


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