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Tiani con il ciondolo

Tempo di lettura 4 Minuti

Non si può andare avanti a colpi di trovate. La sanità calabrese è uno strumento inadeguato a far fronte alle emergenze e i due commissari scelti si sono rivelati personaggi da film di Totò? L’ultimo non si può mandare via perché è un protetto di Bersani (speriamo che l’ex segretario del PD intervenga a smentire: ha una carriera onorata, non merita questa macchia) e allora si va a prendere il suggerimento della Sardina calabrese di chiamare Gino Strada. Uno anche solo di passaggio si chiederebbe se Strada abbia le competenze e le conoscenze non per far bene il medico di emergenza (queste le ha dimostrate), ma per gestire un riordino burocratico-organizzativo che è un affare maledettamente complicato.

Conte dovrebbe saperlo, ma domina il gusto di compiacere il populismo (magari contando che Strada si neghi …). E che dire del responsabile degli appalti sanitari della regione Puglia che non all’osteria del paese, ma alla commissione Affari costituzionali della Camera raccomanda l’acquisto di un amuleto anticovid prodotto in Israele? O dell’ineffabile inventore dell’Anpal chiamato dai grillini che non è neppure in grado di produrre statistiche convincenti sui risultati della sua creatura e che non sa cosa rispondere di fronte alla richiesta di indicare come migliorare un servizio che fa acqua (per dirigere il quale è profumatamente pagato).

LA SELEZIONE

Se ci si limita a guardare a questi episodi si conclude che non siamo in una pandemia , ma nella più classica commedia all’italiana. Ovviamente tutto non va ridotto a questo, ma certo più ci si guarda in giro, più si scopre che in questo paese interventi selettivi non si sa come farli, perché viviamo in una giungla giuridico-burocratica. Diamo un altro piccolo grande esempio. Giustamente si è pensato ad una chiusura generalizzata dei centri commerciali per evitare assembramenti. Bene, basta guardare qualche pubblicità o sentire un po’ in giro e si vede che le enormi superfici commerciali che però sono sotto un solo “brand”, tipo Ikea o simili per capirci, non risultano giuridicamente come centri commerciali e dunque sono regolarmente aperti il sabato e la domenica e intasati di folle.

ESPERIENZA GIÀ FATTA

Di fronte alla difficoltà di articolare gli interventi ci si rifugia nel prospettare la più facile delle soluzioni: lockdown totale, più semplice da controllare e chi se ne importa se risolverà poco. Perché, non dimentichiamolo, questo tipo di esperienza l’abbiamo già fatta fra marzo e maggio, ha funzionato bene, solo che appena chiusa (e non poteva andare avanti all’infinito) ha dato il via ad un ritorno al liberi tutti che ha finito per provocare la seconda ondata. Non ci vuol molto a prevedere che sarebbe forse la stessa cosa se ci fosse adesso un lockdown generalizzato di un mese o giù di lì con al termine seguente generale ritorno agli assembramenti e alla movida: cioè alle premesse di una terza ondata e avanti così.

BASTA SBAVATURE

Il governo e le forze politiche in generale avrebbero bisogno di procedere ad una operazione concorde e senza sbavature di educazione pubblica alla convivenza col virus, iniziando a smorzare le illusioni su un rapido arrivo di vaccini che lo annullano, perché si sa bene che non sarà così. Per costruire questa rinnovata coscienza civile ci sarebbe bisogno di interventi emblematici e rigorosi su quella che abbiamo chiamato la nuova commedia all’italiana. Educa più qualche rimozione severa, qualche stroncatura senza remore di diffusori di fake news, che non i predicozzi sul prepararsi a feste natalizie da consumare in stretti ambiti familiari tornando a disquisire sui parenti di primo e secondo grado, con la prevedibile questione degli “affetti stabili”. Non sarebbe più semplice fornire un numero indicativo di persone che possono ragionevolmente condividere un momento di festa in rapporto ad uno spazio domestico? Se si vogliono vedere più persone, si faranno più sedute di incontri, tanto è illusorio pensare che si possano impedire le occasioni di socialità del Natale e del Capodanno: vanno regolamentate convincendo la gente che c’è un interesse preminente all’evitare che le feste si tramutino in tragedie collettive.

E BASTA CACOFONIE

C’è da organizzare uno sforzo generale che riesce solo se si può mettere sotto controllo la cacofonia in cui siamo immersi, guidando l’opinione pubblica ad una consapevolezza diffusa del delicato momento che affronta il paese. Se vogliamo che si possa tornare ad un esercizio accettabile delle libertà di vita sociale a cui eravamo abituati, bisogna sapere che non ci si riuscirà senza un lavoro capillare di diffusione di una buona etica pubblica: quella che per esempio fa capire che per consentire a molti settori economici di tornare a lavorare e guadagnare è necessario che si riduca in termini sopportabili la diffusione del virus, almeno fino a che davvero i vaccini non l’avranno sconfitto (ma ci vorrà molto tempo e anche in questo caso molta collaborazione dei cittadini e assoluta emarginazione degli imbecilli che pretendono di imporre le loro follie). Se è evidente che questo sforzo collettivo deve coinvolgere una presenza ampia di forze anche sociali (i media, gli intellettuali, coloro che guidano le grandi agenzie di socializzazione economica, sindacale, religiosa, ecc.), lo è altrettanto che spetta alla politica il ruolo di perno dello sforzo. Scriviamo scientemente alla politica e non al solo governo, perché deve essere percepibile dalla gente che si sta lavorando tutti per il bene del paese e non per garantire e magari incrementare posizioni di potere per questo o quel soggetto.

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