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La rivolta di Mondragone

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Sono giorni di tensione a Mondragone, nell’ex area Cirio, dove sorge un grande complesso residenziale in cui alloggiano prevalentemente extracomunitari e che è divenuta zona rossa in seguito all’emergere di un focolaio da COVID-19. Tra la comunità bulgara ed italiana residente nel quartiere sono infatti stati identificati 43 casi accertati di contagio, che hanno reso necessario isolare l’area dove sorgono i palazzi.

Tuttavia, non appena è stato delimitato l’ambiente a rischio, alcuni residenti di etnia bulgara hanno eluso i controlli, abbandonando la zona rossa. Di lì a poco sono scoppiate le proteste, a partire da quelle organizzate dagli immigrati, scesi a manifestare a discapito delle norme di sicurezza ed i divieti, per chiedere di poter tornare a lavorare. In questa situazione di tensione l’emergenza sanitaria ha tuttavia palesato le difficoltà sociali già presenti sul territorio, che sono sfociate ben presto in scontri tra la comunità locale, riversatasi a sua volta in strada, ed i manifestanti stranieri.

Infatti, se la situazione ha generato timore tra i mondragonesi, non hanno tardato a verificarsi violenze e atti vandalici, così come episodi di razzismo, anche in seguito all’intervento dei gruppi di estrema destra locale. Problemi di ordine pubblico e fenomeni di intolleranza e di xenofobia sono testimonianze di come la difficile situazione epidemiologica ed il rischio dei nuovi contagi abbiano finito per esasperare problemi di integrazione culturale preesistenti, portando alla luce tensioni sociali delle quali la città era a conoscenza già da tempo.

Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine abbia sedato la guerriglia, è chiaro che a Mondragone la situazione è tutt’altro che serena. Se da un lato vi è il pericolo che lo scenario sociale finisca per precipitare ulteriormente, d’altra parte quanto accaduto non ha tardato a divenire occasione di propaganda politica. Giorgia Meloni ha sottolineato la necessità di lasciare all’esercito la gestione della situazione e della comunità bulgara, avallando le proposte della destra locale.  Pure il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha diffuso un video-montaggio di alcuni momenti della manifestazione che riprendono gesti violenti da parte della comunità bulgara, esprimendo vicinanza ai cittadini mondragonesi e criticando la gestione della Regione Campania. Vincenzo de Luca, d’altra parte, ha già chiesto la collaborazione della Ministra Lamorgese, per predisporre l’intervento di un centinaio di uomini delle forze dell’ordine a controllo del territorio.

Eppure, il problema sanitario non è risolvibile prescindendo da quello sociale, e non si può credere che quando sta accadendo nel casertano non sia sintomatico di una situazione di forte disagio e criticità. Le condizioni inumane in cui vive la comunità bulgara necessitano pertanto di un intervento importante da parte delle istituzioni e di una presa di posizione che vada al di là della contingenza di arginare l’emergenza epidemiologica. Gran parte di queste persone sono infatti impiegate come braccianti nei campi, dove lavorano a nero sotto lo sfruttamento dei caporali, in condizioni spesso massacranti e senza le adeguate protezioni.  In condizioni di estrema vulnerabilità e privazione dei diritti, spesso alcuni fanno ricorso alla piccola criminalità, così che già da tempo si era sentito parlare di Mondragone in merito ad alcuni episodi di violenze e tensioni tra la comunità italiana e quella bulgara.

Una situazione consequenziale ad anni di abbandono e di marginalizzazione sociale da parte delle istituzioni, la cui incuria ha finito per esacerbare il disagio di queste aree. Il COVID-19 non poteva che creare le condizioni tali affinché l’emergenza sociale si convertisse in emergenza sanitaria, soprattutto in una zona in cui la situazione abitativa è sostanzialmente quella di un vero e proprio ghetto; nell’area dell’ex Cirio, dove vi sono anche residenti italiani, i palazzinari lucrano sui fitti in nero sugli immobili, con la connivenza della criminalità che col tempo ha trasformato la zona  in una piazza di spaccio e prostituzione.

Le condizioni di vita di chi abita in questi appartamenti sono dunque fortemente precarie e sono probabilmente alla base dell’esplosione del focolaio da coronavirus, non potendo di fatto garantire il rispetto del distanziamento sociale e delle norme igienico-sanitarie minime. Si tratta dunque di intere famiglie straniere che convivono ammassate e che hanno come principali entrate gli scarsi profitti di una condizione di sfruttamento, restituendo così lo scenario di una situazione problematica sia da un punto di vista sociale che di integrazione culturale. Chi ha eluso la quarantena lo ha fatto perché il rischio di perdere il lavoro era peggiore di quello di ammalarsi.

Il fenomeno caporalato, molto difficile da estirpare soprattutto nei territori del Casertano, così come il degrado sociale e la mancanza di presidi minimi di legalità, hanno creato una situazione che contribuisce ad aumentare la pericolosità ed il rischio sanitario, ma che non è valutabile unicamente in termini di ordine pubblico. L’intervento dell’esercito può circoscrivere una zona a rischio, non può tuttavia intervenire realmente sulla riconversione di un intero ordine economico e sociale che, ormai, non può più passare in secondo piano.

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