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Il rider picchiato a Cagliari

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Passino le strombazzate fino alle tre di notte ché non si era capito avessimo vinto la semifinale; passino pure le urla improvvise e protratte fino all’alba perché è un modo di manifestare la gioia; passi tutto ma non la bestialità. Da giorni (a oggi, 10 luglio 2021, ndr), circolano su internet video, foto e notizie che scattano istantanee davvero impietose dell’Italia vestita a festa per i traguardi della Nazionale.

La stessa Italia che esponeva commossa dai balconi striscioni con la frase “andrà tutto bene”; la stessa nazione che, convinta, ribatteva “ne usciremo migliori” a ogni colpo inferto dal Covid. Beh, che dire: non va tutto bene e ne siamo usciti (anche se, in realtà, non siamo usciti proprio da un bel niente) peggiori, decisamente peggiori.

Tralasciando per un attimo la questione “assembramenti” sic et simpliciter, prende allo stomaco per la cattiveria, assolutamente gratuita, il video del rider preso a pugni e a calci a Cagliari dalla folla o, forse, sarebbe meglio dire dal branco.

La sua colpa? Nessuna, se non quella di continuare a fare il proprio lavoro avendo la sfortuna di passare attraverso una masnada di invasati che hanno confuso la gioia con i riti orgiastici. E che dire dell’incidente a Cuneo, uno scontro frontale tra scooter e auto sempre durante i festeggiamenti per la vittoria dell’Italia contro la Spagna? Un video raccapricciante e atteggiamenti incivili in una zona che, si rammenta, era interdetta al transito delle auto. Neanche a dirlo, il guidatore della vettura sembrerebbe essere risultato positivo all’alcol test.

A Cerignola, le auto che corrono all’impazzata tirando il freno a mano sulla rotatoria per fare drifting (ed io che pensavo fossero solo pericolosi, invece si tratta di aspirati piloti di auto da corsa); a Roma gli autobus bloccati per salirvi sopra (e io che pensavo fosse una condotta punibile); la ragazza che, sollevandosi la maglietta per qualche secondo durante i festeggiamenti, viene letteralmente aggredita dal branco per essere palpeggiata e toccata (il topless di qualche secondo è una goliardata, palpeggiare una donna senza il suo consenso è violenza sessuale, secondo la più recente giurisprudenza).

Un brevissimo elenco, assolutamente non esaustivo, delle barbarie di cui gli italiani (o una buona parte di essi) sono stati capaci per puro, semplice divertimento. Come si diceva prima, non si tiene in conto il fatto che già i semplici assembramenti, senza alcun dispositivo di protezione, non solo non sono leciti ma sono un grande segno di inciviltà, una grande mancanza di rispetto nei confronti delle vittime del Covid (quelle uccise dal virus e quelle uccise dalla crisi economica che ne è seguita) e delle loro famiglie.

Forse non a tutti è chiaro quanto condotte di questo tipo possano mettere a repentaglio quel briciolo di libertà che abbiamo acquisito con tanta sofferenza; forse non a tutti è chiaro che il Covid è molto lontano dall’essere “acqua passata”. Ciò che lascia letteralmente attoniti è come, in circostanze del genere, sembra crearsi un buco nello spazio-tempo in cui la legge rimane sospesa e le autorità si smaterializzano temporaneamente.

Un lasso temporale in cui sembra che ognuno possa dare fondo ai propri istinti più bestiali, dei Saturnalia in netto ritardo sulla Tradizione ecclesiastica. Ma la vera domanda è: perché? Perché da tutta questa sofferenza, non abbiamo appreso l’importanza dell’essere uniti davvero e non solo per una partita di calcio? Perché non abbiamo compreso il valore della vita, nostra e di altri? Perché continuiamo a calpestare la dignità se per tanto tempo l’abbiamo invocata? Perché non comprendiamo il valore di ogni forma di libertà dopo esserne stati a lungo privati? Perché, forse, non siamo degni di fiducia o perché, forse, non “ce la faremo” mai ad essere un popolo civile.


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