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Sono ore concitate sul fronte scuola. Il rientro in aula degli studenti delle superiori è stato appeso fino a ieri mattina alle decisioni del Comitato tecnico scientifico e delle Regioni. Un’inopinata riunione domenicale convocata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, ha però confermato quanto previsto dal Dpcm entrato in vigore il 16 gennaio: riapertura delle scuole superiori tra il 50 e il 75% nelle Regioni in zona gialla o arancione. Una buona notizia per gli studenti, salvo fughe in avanti delle Regioni. Studenti che, scalpitanti, in tutta Italia hanno dato luogo in questi giorni a mobilitazioni per chiedere il ritorno in classe. Eclatante è il caso della Campania, dove, a parte due settimane a cavallo tra settembre e ottobre, i cancelli degli edifici scolastici sono sbarrati dall’inizio di marzo.

GLI STUDI STRANIERI

E chi dovesse essere tentato di ritenere che il desiderio di tornare tra i banchi sia un vezzo, probabilmente sarebbe fuori strada. Recenti studi, infatti, certificano gravi carenze formative negli studenti costretti, nei mesi di lockdown e restrizioni, a seguire la didattica a distanza (Dad). La prof.ssa Anna Maria Ajello, presidente dell’Istituto Invalsi, ha anticipato al Sole24Ore i risultati delle ricerche svolte in Paesi Bassi, Francia e Stati Uniti: buchi di apprendimento tra il 30 e il 50% degli studenti. Lo studio olandese, spiega la Ajello, indica che «il periodo della didattica a distanza corrispondeva a una vera e propria mancanza: in altri termini, durante quel periodo, gli studenti avevano imparato poco o nulla; e, come era lecito aspettarsi, le carenze maggiori si sono registrate in studenti dal background familiare più svantaggiato».

Questo, nonostante i Paesi Bassi siano all’avanguardia in termini di strumentazioni per collegamenti da remoto. Carenze nelle materie tecnico-scientifiche e, in parte, anche in quelle letterarie sono state riscontrate anche in Francia. «Altri studi condotti negli Usa – ha aggiunto ancora Ajello – hanno confermato il trend, evidenziando come le perdite di apprendimento maggiore riguardino la matematica rispetto alla comprensione della lettura. Questo perché, viene sostenuto, la matematica è insegnata a scuola sistematicamente e in genere i genitori sono meno “attrezzati” su questa disciplina, per cui la didattica a distanza da un lato, e la scarsa competenza di mamma e papà dall’altro, finiscono per avere un effetto cumulativo peggiorativo dell’apprendimento».

E IN ITALIA?

Sulle lacune formative è intervenuto pure Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: «Se in Italia le cose fossero andate come in Olanda – e non è ragionevole pensare che siano andate meglio – la perdita di apprendimenti causata dalle 14 settimane di chiusura da marzo sarebbe probabilmente superiore al 30%. A cui andrebbe poi aggiunta quella degli ultimi mesi, in questo caso soprattutto alle superiori».

Inquietante in tal senso l’indagine pubblicato da Ipsos-Save The Children: uno studente su due pensa di aver sprecato un anno di scuola a causa del Covid, e circa 34mila studenti delle superiori, per le assenza prolungate, è a rischio abbandono. Un tema, questo, che si fa preponderante in zone del Mezzogiorno, come la Campania, dove, per l’appunto, la scuola è chiusa da marzo.


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