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I maturandi si preparano all’esame con prova unica

Tempo di lettura 3 Minuti

Dalla notte prima degli esami a quella prima dell’esame. Una rivoluzione quella della prova unica con cui, a partire dal 16 giugno, si cimenteranno quasi 500mila maturandi. Via gli scritti, dunque, e ancora spazio a un orale composto da quattro fasi, a partire dalla discussione di un elaborato multidisciplinare. Grosso modo come nel 2020, quando la nuova formula ha esordito per limitare la presenza degli studenti nelle strutture scolastiche durante la pandemia di Covid.

Superata l’emergenza – ha fatto intendere più volte il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi – si ragionerà, tuttavia, sulla possibilità di mettere a regime una modalità che ha sicuramente registrato l’apprezzamento degli studenti. «Questa Maturità mi piace e non perché, come si potrebbe pensare, ci consente di superare l’esame di Stato con una sola prova – ci dice Federica (19) studentessa di liceo classico – è una formula più coerente rispetto a quelle passate. Nel complesso è sicuramente più leggera ma lo studio è lo stesso, se non di più. Il nostro orale durerà un’ora, non quindici/venti minuti ed è questa la prova che richiede il maggior numero di ore di studio. Per gli scritti basta quello che hai fatto durante i cinque anni. Le capacità per risolvere un problema o per tradurre una versione le acquisisci nel percorso scolastico, non all’ultimo momento».

Favorevole anche Francesco De Rosa, dirigente del Centro paritario Napoli est e presidente dell’Associazione nazionale presidi Campania. «Questa formula è validissima – commenta – le dico solo che nel 2020, dopo oltre 30 anni di esami, mi sono accorto di quanto fossero inutili le modalità precedenti. Riflettiamoci: dopo 5 anni di superiori siamo perfettamente in grado di valutare se un alunno sa tradurre un testo dal greco, fare un tema di italiano o risolvere un problema matematico. Dunque che senso ha chiedergli di svolgere queste prove alla maturità? E’ solo stress…».

Non la pensa Maria Rosaria Bottazzo, dirigente del liceo scientifico e linguistico “A. Vallone” di Galatina (Lecce), per la quale «saper gestire la componente emotiva è un aspetto non secondario di un esame. Fa parte della prova stessa, oltre che della vita». Sostenere un esame completo, sostiene, «insegna a tirare fuori il meglio di sé. Ho assistito spesso a prove di ragazzi che, in quella sede, hanno dato molto di più di quanto facessero durante le lezioni ordinarie. Non possiamo correre il rischio che i nostri studenti non abbiamo le capacità di fronteggiare la pressione nel momento in cui si troveranno nel mondo del lavoro o in quello universitario».

Per De Rosa, invece, questa Maturità risulterebbe molto più utile di quella vecchia proprio in ottica accademica. «La discussione dell’elaborato – spiega – si avvicina molto a quella della tesi di laurea. Sulla mole di studio non mi preoccuperei, ormai anche quello universitario si è molto semplificato. Non dimentichiamo che viviamo l’epoca degli atenei telematici». Secondo Bottazzo, al contrario, bisogna abituarsi subito a uno studio di tipo scientifico, mentre «questi elaborati risultano troppo spesso un copia/incolla fatto male. Si prende qua e là senza citare gli autori, quando sono proprio le citazioni a dare spessore scientifico alla tesina, esattamente come avviene all’università».

L’assenza delle prove scritte, poi, «peggiora la situazione ulteriormente. Noi italiani, già ora, non sappiamo né scrivere né parlare. Queste prove sono importanti, non vanno eliminate ma, anzi, valorizzate come avviene in altri Paesi europei, dove sono gli orali a essere meno considerati. Gli scritti implicano approfondimento, cura e aiutando a migliorare le competenze. Lo ripeto, sono per una scuola più rigorosa e questa nuova formula dell’esame di Stato, più che innovativa mi sembra involutiva».


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