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Creare opportunità per fermare l’emorragia di talenti che svuota i territori, in particolare il Sud, delle loro migliori energie. Un argomento su cui si dibatte da anni ma che mai come ora torna prepotentemente d’attualità, complice la pioggia di miliardi in arrivo dall’Europa con il Recovery fund. Grazie a semplificazioni, riforme e maggiori finanziamenti viviamo un «momento magico per risolvere il problema della cosiddetta fuga dei cervelli» ha detto la ministra dell’Università intervenendo durante il convegno “Restare o partire? Migrazioni e carriere nella ricerca”, organizzato a inizio giugno dalla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Proprio negli atenei s’innesta la malapianta dell’emigrazione per motivi di lavoro. Secondo il Rapporto 2021 di Almalaurea sul Profilo dei laureati, il 45,8% di chi conclude un ciclo accademico è disponibile a trasferirsi oltreconfine in cerca di migliori occasioni. Un dato in crescita rispetto al 2010 (quando era pari al 42%) ma in lieve contrazione se confrontato con gli anni più recenti. A essere più sensibili alle sirene che arrivano da fuori sono i laureati di primo livello (47,4%), seguiti dai magistrali a ciclo unico (41,4%) e da quelli biennali. Il 30,4%, inoltre, è addirittura pronto a cambiare continente. Il 28,2% del totale si dice disponibile a effettuare trasferte (anche frequenti) in altri Paesi, mentre il 47,1% accetterebbe di spostare lì la propria residenza. Non solo: l’estero è visto come un’opportunità anche nel percorso formativo. E questo perché, a parità di condizioni, chi ha svolto lontano dall’Italia un periodo di studio ha maggiori probabilità di trovare lavoro rispetto a chi non lo ha fatto, sia che si tratti di esperienze riconosciute dal proprio corso di laurea (+14,4%), che di attività intraprese su iniziativa personale (+10,3%).

Entrando nel dettaglio, nel 2020, secondo il rapporto, l’11,3% dei laureati del 2020 ha seguito all’estero corsi riconosciuti dalla propria facoltà di appartenenza in Italia, quota leggermente cresciuta negli ultimi dieci anni (era l’8,7% nel 2010). Nel 9,1% dei casi ciò è avvenuto utilizzando programmi dell’Ue, a partire dall’Erasmus. Studiare in un Paese diverso dall’Italia offre un bagaglio di competenze (fra cui quelle linguistiche) che consentono alla studente di avere maggiori possibilità di accesso al mondo del lavoro, una volta rientrato. Ma, d’altra parte, il confronto con realtà nelle quali un singolo impiego può godere di un miglior trattamento economico, porta tantissimi giovani a valutare l’opportunità di restare o di ripartire, se nel frattempo non hanno trovato una posizione soddisfacente in Italia.

Secondo il Referto sul sistema universitario 2021 della Corte dei conti, negli ultimi otto anni si è registrata una crescita della migrazione verso l’estero del 41,8%. Una quantificazione del fenomeno è complessa. Un’analisi di Uecoop basata sugli ultimi dati Istat (relativi al 2019) sulle cancellazioni anagrafiche dei nostri connazionali compresi nella fascia di età 18/39 anni parla di almeno 300mila giovani italiani trasferitisi all’estero per motivi di lavoro o studio, con un aumento del 33% in cinque anni. La notizia è che a partire (prima della pandemia, va detto) erano stati soprattutto ragazzi residenti nel Nord (59mila), seguiti da quelli del Sud (43mila) e poi dai 19mila del centro. Una curiosa inversione di un paradigma storico che, tuttavia, sembra non tener conto della migrazione interna. Quanti, fra i giovani emigrati dal Settentrione, erano in realtà meridionali che si erano in precedenza trasferiti a Nord? Basti pensare che, tornando al report di Almalaurea, nell’anno accademico 2020/2021 quasi il 30% dei diplomati del Mezzogiorni ha optato per università delle altre due macroregioni.

Con l’obiettivo, fra gli altri, di invertire il trend è stato da poco inserito nel dl Sostegni bis il Fondo italiano per la scienza con una dotazione di 50 milioni di euro nel 2021, destinata a raggiungere i 150 nei prossimi anni. La ministra Messa ha definito lo stanziamento «un ulteriore segno concreto di quanto il governo consideri centrali la ricerca e la formazione per la crescita competitiva del nostro Paese, per sostenere i nostri giovani e per attrarre cervelli dall’estero». Il Pnrr, di suo, ha aggiunto la stessa titolare dell’Università durante il suo intervento a Pisa «prevede 1,8 miliardi di euro tra il 2021e il 2026 per il fondo per il Programma nazionale ricerca (Pnr) e i Progetti di ricerca di significativo interesse nazionale (Prin). In più 600 milioni tra il 2022 e il 2025 per progetti di giovani ricercatori, sul modello delle borse del Consiglio europeo della ricerca (Erc)».


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