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Ristoratori preparano i cestini per il pranzo

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FACENDO seguito alla criticatissima affermazione del viceministro all’economia Laura Castelli — la quale secondo i giornali avrebbe invogliato i ristoratori a cambiare mestiere, invece che analizzare criticamente la situazione creata dal COVID-19 e realizzare che un cambio di rotta sia necessario per alcune professioni — è necessario analizzare alcune delle realtà italiane che si sono dovute reinventare per far fronte alla crisi.

Parlando da cittadina di Roma e, più generalmente, della regione Lazio, ho potuto notare come molti dei comuni di solito al di fuori dei circuiti turistici abbiano cercato di attirare l’attenzione di turisti più “abbordabili”, almeno durante questa fase della pandemia: i corregionali. Difatti, comuni quali Farfa, che ad esempio ha proposto un tour fotografico della cittadina e delle zone naturalistiche limitrofe, hanno puntato sulle bellezze del luogo per attirare turisti, creando quindi anche un interesse di nicchia. Facendo riferimento più precisamente all’affermazione del viceministro Castelli, è possibile notare che, in effetti, i ristoratori hanno cercato di trovare soluzioni alternative per fronteggiare la crisi causata dal COVID. Ad esempio, locali abbastanza recenti facenti affidamento su una clientela più che altro di quartiere, si sono affidati ai sistemi di ordini online e consegna a domicilio quali JustEat. O, ancora, locali con posti a sedere limitati all’interno del locale hanno approfittato dell’ordinanza che fornisce una metratura maggiore contemplando anche il dehor del locale per mettere tavolini all’aperto o, addirittura, un gazebo con la caffetteria — creando così anche una divisione netta tra la sezione “notturna” del locale e quella “diurna” e, di conseguenza, ampliando la clientela.

Da sottolineare anche l’importanza del FAI in questo periodo, che continua a proporre tour, anche notturni, in luoghi più o meno conosciuti.

Per citare giusto una delle proposte, allontanandoci dal Lazio, ad esempio, si può fare “Star Trekking” passeggiando tra i Giganti della Sila — proposta a cui avrei volentieri preso parte se fossi stata nella regione giusta. In questa cornice si inseriscono anche i vari cinema all’aperto, un’iniziativa più “COVID-friendly” della classica versione in sale. Ad esempio, il Cinema Adriano di Roma, situato nella storica sede del 1898 a Piazza Cavour, ha iniziato un partenariato con gli Studios De Paolis di Via Tiburtina, dando luogo ad un cinema all’aperto d’autore. Seguendo un po’ le impronte del Cinema in Piazza a Trastevere — ma più comodamente, fornendo infatti sedie e tavolini piuttosto che cuscini per terra — l’Arena Adriano Studios propone una serie di film di recentissima uscita, spesso seguiti da dibattito con attori o registi, il tutto reso ancora più interessante dalla location: circondati dagli studi in cui sono stati girati molti film della storia cinematografica italiana.

Sulla stessa linea va ovviamente menzionata la proposta di riaprire il drive-in a Roma. La proposta, strettamente legata alle circostanze del COVID e reminiscente dell’“American dream” in cui il drive-in ricopre un po’ il ruolo di rito di passaggio nella vita di ogni americano che si rispetti, si scontra con le logistiche effettive del cercare di seguire un film dalla propria macchina. Ci si chiede infatti quanto forte dovrebbe essere l’audio per essere sentito da tutti o se verranno intervallati degli altoparlanti lungo lo spazio occupato dalle varie macchine. Nonostante i quesiti non trascurabili riguardo questo mezzo un po’ retrò e un po’ teenager americana in cerca di emozioni, la proposta non va trascurata — anche perché riporterebbe alla luce un metodo di fruizione che era già presente precedentemente e che, ad esempio, i miei genitori ricordano. Contemporaneamente, vediamo anche l’Auditorium Parco della Musica reinventarsi, proponendo una lineup di artisti italiani che vanno a sostituire quella di artisti internazionali i cui spettacoli sono stati o rimandanti o sospesi del tutto. I

l Roma Summer Fest, o Luglio Suona Bene, quindi quest’anno prende il nome di Auditorium Reloaded, e risulterà essere una delle prime serie di spettacoli in Italia a riprendere, quasi a pieno regime e comunque mantenendo la stessa location (la Cavea dell’Auditorium), nel pieno rispetto delle disposizioni di distanziamento sociale e prendendo tutte le precauzioni anticovid necessarie. Sebbene questo sia un esempio specifico, esso rientra a far parte del progetto Romarama, l’arte che muove la città. Il progetto, ideato da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale, è incentrato sull’idea di far ripartire Roma al meglio delle proprie capacità, accompagnando quindi cittadini e turisti in una serie di eventi che copriranno, sì, l’estate romana ma anche i prossimi autunno e inverno.

Nella lineup troviamo pilastri dell’estate romana quali il Silvano Toti Globe Theatre, diretto da Gigi Proietti a Villa Borghese, e la stagione estiva del Teatro dell’Opera, che quest’anno cambia location per far fronte alle misure anticovid spostandosi dalle Terme di Caracalla al Circo Massimo — location sicuramente non meno spettacolare della più tradizionale. Quindi, tralasciando la polemica nata dalla frase del viceministro, mi sembra palese che i tentativi di diversificare l’offerta turistica e non delle città e, più generalmente, delle regioni siano vari. Tra visite guidate, concerti e cinema all’aperto, i settori colpiti dalla crisi post-COVID stanno chiaramente cercando di rialzarsi. Bisognerà però aspettare i dati statistici di fine anno per vedere quanto questi tentativi abbiano effettivamente contribuito positivamente.

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