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Paolo Stella

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L’elenco di ciò che ha fatto nella vita è lungo: studente di architettura, attore, concorrente di Amici, giornalista, regista, scrittore, modello, imprenditore e influencer. E certo, nella lista manca qualcosa. Senz’altro, non c’è quello che di nuovo, lui farà ancora. Questo, per spiegare che cosa può arrivare ad essere una persona creativa (e che ci sa fare), quando si libera dall’urgenza di incasellarsi in una definizione.

E se c’è un modo per spiegare chi è Paolo Stella, 42 anni, di Forlì ma che vive e lavora a Milano, forse questo è uno dei pochi. In ogni caso, qui per sintesi noi lo chiameremo star del web, perché il web è stato il propulsore dei molteplici talenti di Paolo Stella, che una volta sguinzagliati, sono esplosi come fuochi d’artificio, stelle divergenti verso direzioni di cui lui stesso continua a sorprendersi. Appena un mese fa Stella ha dato alle stampe il suo secondo libro Per caso (tanto il caso non esiste), edizioni Mondadori, che segue il successo editoriale di Meet me alla boa (Mondadori) e ora è in giro per i borghi d’Italia insieme a un’altra influencer di successo, l’Estetista cinica anche lei scrittrice, per promuovere il libro.

Nel dar vita a un tour nei nuovi ranghi imposti dalla pandemia, Paolo si è speso in immaginazione. «In collaborazione con il Touring Club Italiano io e Cristina Fogazzi (alias l’Estetista cinica), divisi in due squadre, ci sfidiamo a colpi di foto e coinvolgiamo i followers in una caccia al tesoro virtuale nei borghi Bandiera Arancione, quelli con meno di 15.000 abitanti, per scoprire dove sono nascoste alcune copie omaggio dei nostri libri», spiega lui.

Sul profilo Instagram di Stella e Fogazzi è possibile seguire gli eventi, di foto in foto, tra panorami mozzafiato e allegre scorribande da estate italiana, ma il libro di Stella va oltre lo specchio riflesso di un selfie, si immerge nel fondo di una drammatica esperienza infantile nel reparto pediatrico disfunzioni genetiche dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, per raccontare un percorso alla ricerca di se stessi.

Come nasce il libro?

«Non sono un grande amante dei numeri due, è difficile che funzionino. Così, quando il mio editore mi ha proposto di scrivere un sequel di Meet me alla boa, mi sono fermato a riflettere. Poi, ho avuto l’ispirazione di questa storia. Sono partito da eventi reali. Il primo libro era nato per superare un evento traumatico, la perdita di una persona importante. In quel caso la scrittura mi ha aiutato a capire a che punto della vita ero. Questo è più intimista, qui parlo del viaggio faticoso che ognuno di noi compie alla scoperta di sé».

La tua vita, raccontata anche sui social, è abbastanza frenetica. Dove trovi l’ispirazione, il raccoglimento per scrivere?

«Per me l’ispirazione è solo il momento in cui l’idea del libro prende corpo. La storia che ho in mente dall’inizio alla fine, la scrivo nei momenti preziosi della giornata in cui sono solo. Io faccio tanti lavori diversi, connessi e veloci, la scrittura invece è un tempo tutto per me, il momento più intimo del giorno. Allora mi metto a scrivere, utilizzando le note del telefonino».

Raccontami com’è che, smettendo di darsi delle definizioni, si trova sé stessi. Tu come hai fatto?

«È difficile spiegarlo. A chi guarda dall’altra parte dello schermo, tutto può sembrare troppo facile. Ho attraversato anni in cui ero confuso, stentavo a capire quale fosse la mia strada. Succedeva all’epoca in cui facevo l’attore. Quelli del mestiere mi ripetevano: la tua famiglia non c’entra niente con il mondo dello spettacolo, per inserirti devi andare alle feste e sforzarti di incontrare, parlare con le persone giuste. Io, così non ce la facevo, alle feste volevo andare per divertirmi, tra amici. Certi meccanismi per me erano claustrofobici. E così, alla fine ho capito che dovevo lasciarmi andare. Solo slegandomi da certi percorsi sarei stato libero di essere me stesso».

E quindi?

«Mi sono affidato alla vita che a volte è più intelligente di noi, e l’ho lasciata fare: allora, decidi tu dove devo andare! Così, le cose che dovevano succedere, finalmente sono successe, con naturalezza».

Il caso, dunque, esiste o no?

«Per me niente è un caso. Tutto doveva accadere».

Come è entrato nella tua vita il web?

«Il web mi ha dato finalmente quella libertà creativa che mi era mancata. Nella rete si naviga a vista, ma ogni giorno scopri strade nuove, è stato il mezzo che mi ha permesso di rendere le mie idee reali. Era il 2012, facevo ancora l’attore, e ho aperto la mia pagina Instagram e ho iniziato a scrivere un blog, ogni giorno più seguito. Mi si è aperto un mondo, fin da subito ho capito che quello era il mio mezzo comunicativo, ed è stato un crescendo, idea dopo idea: dopo due anni sono entrato nella Next, importante agenzia di gestione della moda, iniziando a collaborare con i grandi marchi internazionali. Inoltre, attraverso il blog mi sono reso conto che le persone erano interessate a ciò che scrivevo e su proposta di Mondadori ho scritto il mio primo libro. È stato un successo nelle classifiche editoriali, un trampolino di lancio. Intanto, tra chi mi seguiva online, ormai c’erano anche giornalisti, direttori di giornali che mi leggevano. Così mi è arrivata la proposta di collaborare con la rivista Elle. Con l’esperienza che ormai ero fatto, ho pensato quindi di dare vita io stesso a un grande progetto, un magazine trimestrale di moda, Lampoon, una bellissima avventura editoriale durata due anni».

Intanto, crescevi come influencer.

«Sì, oggi ho un seguito di 340 mila followers. Rispetto ad altri influencer con milioni di followers, il mio può sembrare un seguito esiguo, di nicchia, ma si tratta di una fascia medio alta di giovani dai 25 ai 35 anni interessati al fashion, al lusso, e le aziende di moda lo apprezzano. In realtà, quella su Instagram non è la mia attività principale, è un veicolo importante, una vetrina che accelera alcuni meccanismi. Ho una società di produzione, la Asap studio, che si occupa di strategie digitali per le aziende, che rappresenta la parte più consistente della mia attività. Inoltre, da circa un anno ho fondato Wid, (Work in Digital) una academy per imparare a postare sui social network in modo efficace».

Come si posta sui social in modo efficace?

«Il web è molto democratico, se non interessi ti dimenticano. È solo un nuovo linguaggio, più ironico rispetto agli altri e l’importante è saperlo utilizzare, saper raccontare. Sui social il prodotto non è mai protagonista, quel che conta è il racconto di un’esperienza in cui il prodotto è inserito come parte del contesto».

Paolo, il boom dei social, quanto durerà?

«Non è facile rispondere. Sento continuamente ripetere che il web è una bolla che scoppierà, ma sono otto anni che sono qua e ancora non è successo. Certo, indietro non si può tornare e la pandemia ha dato ulteriore impulso alla digitalizzazione di massa: questo è il momento delle idee».

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