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Evelyne Sukali

Tempo di lettura 7 Minuti

Durante il giorno indossa il camice, cura l’igiene dei malati di alzheimer e fa loro anche da parrucchiera. Poi a casa, dopo aver accudito le sue tre figlie, di 9, 7 e 3 anni, si mette davanti al video e parla su YouTube, Instagram e Tiktok, di razzismo e immigrazione.

Quelli che affronta Evelyne sono argomenti che scaldano gli animi. E gli haters spesso la offendono e a volte anche, la minacciano: «Non accetto che qualcuno possa insegnare agli altri come diventare clandestino, dovresti essere mangime per i pesci!» oppure, «Sappiamo dove abiti, sei da bruciare con la benzina». Ma lei Evelyne Sukali, 33enne di origine congolese che vive a Monza da 9, continua imperterrita la sua missione via social di attivista per i diritti umani. «So che potrei mettermi nei guai, ma io non ho paura» mi spiega con voce calma. «Perché vedi, io sono preparata anche alla morte». La frase in bocca a tanti sarebbe un’iperbole, ma se la dice lei, no.

Evelyne la morte in faccia l’ha vista davvero, quando a 22 anni ha affrontato un viaggio lungo il continente africano in fuga dalla guerra civile. Un’odissea di 17 mesi dal Congo alla Repubblica Centrafricana, al Chad fino alla Libia, attraverso città in mano ai ribelli, il deserto e il mare, a bordo di un barcone con destinazione Lampedusa.

«Ho lottato per sopravvivere ma la morte in alcuni momenti, mi sembrava quasi una liberazione, la via più facile di fuga dalla fame, dalla sete, dalle violenze, dalla continua paura», spiega lei. E invece Eveline è rimasta viva e oggi ha una nuova vita qui in Italia, anche se quel drammatico viaggio ha un biglietto di sola andata: rimane sempre un’ombra sul cuore, un incubo che non si dimentica più. La giovane youtuber ha fatto tre anni di analisi per poterne solo parlare. Ma ora, la sua testimonianza è diventata un elemento prezioso per sensibilizzare sui social, anche i cosiddetti leoni da tastiera, che chissà se a piedi nel deserto ruggirebbero ancora: «Anche gli insulti degli haters possono essere utili per crescere: io cerco di cavare un concetto dai loro discorsi, e rispondere in maniera tranquilla, cercando di smontare gli stereotipi».

Evelyne, come sei diventata youtuber?

«Nel 2018 sono stata invitata da alcune scuole a parlare della mia esperienza. La diffidenza che percepivo all’inizio, quando mi presentavo, subito si scioglieva. È stata un’esperienza importante. Poi gli stessi ragazzi mi hanno detto: “Perché non racconti la tua storia su YouTube?”. Non mi sentivo pronta, né all’altezza. Poi un giorno al lavoro ho discusso con un collega proprio su questi temi. Ero arrabbiata. Ho preso il telefonino e ho registrato quello che mi veniva da dire, quindi ho postato tutto sui social. I riscontri mi hanno sorpresa e non ho avuto più paura di dire la mia. Ho aperto il canale e ho iniziato».

Uno dei video che ha avuto più visualizzazioni è quello del racconto del tuo viaggio della speranza. Me ne parli?

«Sono nata a Kinshasa in Congo, all’epoca lavoravo come responsabile delle vendite in un’azienda di pezzi di ricambio automobilistici, mi ero sposata da poco con mio marito, ma vivevamo nella paura costante per via delle tensioni sociali. Quando nel mio paese si sono svolte le elezioni si è inasprita la guerra civile, così abbiamo deciso di scappare in Centrafrica, ma anche lì c’era guerra e violenza. Dopo qualche mese ci siamo spostati in Chad e poi in Libia, che all’epoca, ci appariva come un paese più sviluppato e sicuro dove vivere e lavorare. I primi tempi in effetti ci trovammo bene, ma ben presto scoppiò anche lì la guerra che ha portato alla caduta di Gheddafi. Eravamo arrivati in Libia decisamente nel momento sbagliato».

E quindi, che cosa avete fatto?

«Gli ultimi mesi da un paese all’altro, da una guerra civile all’altra erano stati terribili, chiunque fa questo percorso dal centro al Nord Africa, lo sa. Incontri ribelli che non hanno pietà. I terroristi uccidono la gente facendola a pezzi, ti obbligano a guardare. È difficile raccontare che cosa abbiamo vissuto e visto».

Che cosa avete vissuto e visto?

«Eravamo costantemente in pericolo di vita. Un uomo è stato sgozzato accanto a me, e io mi sono ritrovata ricoperta del suo sangue…».

Tu eri insieme a tuo marito, essere in due ti faceva sentire più protetta?

«No. Perché le donne sono soggette agli stupri e se il loro uomo non riesce a sopportare e prova a reagire, viene ucciso. È difficile da spiegare. Comunque, ad un certo punto abbiamo saputo che all’aeroporto di Tripoli c’erano degli aerei per il Congo. Abbiamo sperato di poter tornare indietro. Noi ci trovavamo in una piccola città, e per raggiungere Tripoli abbiamo attraversato il deserto per lo più a piedi, in 21 giorni. Abbiamo lottato per sopravvivere, alla fine eravamo senza acqua e cibo, pronti a bere le nostre urine. Quando siamo arrivati, l’aeroporto era stato bombardato e le nostre speranze sono andate in frantumi. È stato allora che abbiamo pensato che l’unica via d’uscita dalla Libia era di fuggire verso l’Europa. A quel punto, la morte per mare ci sembrava la meno terribile».

Come vi siete messi in contatto con gli scafisti?

«Avevamo bisogno di soldi per partire. Mio marito mi ha lasciata per andare in cerca di lavoro, ci siamo abbracciati pensando che forse non ci saremmo più rivisti. Invece, dopo circa quindici giorni, è riapparso. Era riuscito a guadagnare 350 Euro. Così ci siamo messi in contatto con quelli che fanno da intermediari tra clienti e scafisti. Dovevamo essere fortunati, perché c’è chi si prende i soldi e sparisce. Questi intermediari volevano mille euro a testa per partire, e noi non ce li avevamo. Poi però gli scafisti avevano bisogno di riempire il barcone e hanno cominciato a imbarcare anche chi aveva meno soldi. Si sono presi i nostri 350 euro e il telefonino che avevo in mano e ci hanno portato in un centro di partenza sulla costa, dove siamo rimasti per circa dieci giorni. Eravamo senza acqua né bagno. Ogni giorno gli scafisti ci portavano riso e legna per cucinare. Poi all’alba del 21 giugno 2011 hanno iniziato a caricarci su un peschereccio semidistrutto: eravamo 1200 persone. Hanno cercato un volontario che avrebbe viaggiato gratis se avesse guidato l’imbarcazione. Gli hanno spiegato la rotta e poi ci hanno detto, se arrivate, ringraziate il vostro Dio. Altrimenti pregate per i vostri peccati. Eravamo tantissimi, il barcone era al collasso, ci hanno fatto sedere uno accanto all’altro in posizione fetale, io e mio marito ci siamo persi di vista. Con gli scafisti non era il caso di fare domande, picchiavano e basta. Ci dissero di buttare tutto, anche i documenti, e ho ubbidito. Mi sono messa più strati di vestiti addosso, per poter portare almeno quelli».

Quanto è durato il viaggio?

«Due giorni. Il tempo era buono ma imbarcavamo acqua, non avevamo da bere, né cibo, siamo stati colpiti dal mal di mare. Davamo di stomaco uno addosso all’altro. C’era chi urlava, chi pregava, i bambini piangevano. A un certo punto ho cominciato ad avere dei crampi fortissimi, ero disidratata e svenivo continuamente. Qualcuno ha detto che stavo per morire e che avrei potuto attirare la morte sul tutti quanti. Volevano buttarmi in mare. Un gruppo di ragazzi nigeriani si è opposto, mi ha protetta: “Resisti, prega il tuo Dio…” Quando è arrivata la motovedetta Italiana ero priva di sensi, so di essere stata una delle prime ad essere soccorsa. Era la sera del 22 giugno».

A Lampedusa che cosa è successo?

«Mi sono risvegliata in un centro d’accoglienza e ho subito iniziato il percorso di identificazione: impronte digitali, foto segnaletica, nome e cognome, data di nascita, paese di provenienza. Mi hanno dato un appuntamento con la commissione che mi ha interrogata e poi mi ha riconosciuto la protezione internazionale con un permesso di soggiorno di cinque anni, rinnovabile. Appena arrivata ho spiegato che sul barcone c’era anche mio marito. Un operatore mi ha avvertita che dovevo rintracciarlo subito, altrimenti non ci saremmo ritrovati mai più. Mi sono messa alla sua disperata ricerca. Quando ci siamo rivisti io e lui, è stato un momento un po’ strano: eravamo come due fantasmi, quasi increduli di essere tutti e due vivi. Era più scontata la morte».

Come sei arrivata a Monza?

«Dopo la registrazione a Lampedusa a me e a mio marito hanno dato un bigliettino con una sigla che corrispondeva a una nave diretta a Genova. Poi ci hanno mandato a Milano. Qui, nella sede della Protezione civile ci hanno offerto acqua, pane e frutta e ci hanno assegnato ad un centro di accoglienza di Monza, un albergo».

Quanto tempo siete rimasti in albergo?

«Due anni e mezzo: inserirci nel nuovo ambiente non è stato facile, non conoscevo la lingua, le usanze. In Europa, per la prima volta mi sono sentita diversa, prima di essere una persona, ero nera. All’inizio c’era tantissimo fraintendimento, una cosa giusta da me era sbagliata qui, ero confusa. Chi ha fatto la differenza sono state le persone fantastiche che si prendevano cura di noi, ci hanno permesso di integrarci. Lo Stato ci dava 75 euro al mese, una parte le spendevo per fare un corso da parrucchiera. Quindi ho trovato un lavoro e ci siamo trasferiti in una casa nostra. Molti arrivati con noi sul barcone sono andati in Francia, in Scandinavia. Noi no. Io ero stanca di viaggiare. Purtroppo con mio marito negli anni successivi, dopo aver avuto tre bimbe, ci siamo separati. Quello che avevamo vissuto ci aveva cambiato, non ci riconoscevamo più. È stato un grande dolore perché da me la separazione soprattutto se è una donna a richiederla, è inconcepibile. Ma in compenso anche se da sola con le mie figlie, in Italia ho trovato la serenità e amo questo Paese. Ora, la mia battaglia continua sui social: per dire che se ci guardiamo davvero negli occhi siamo tutti uguali».


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