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Mario Draghi

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SPAVENTOSA come l’ennesima ondata di calore, è arrivata la crisi di governo. La terza, per la precisione, di questa legislatura. La politica, o meglio, una parte della nostra classe politica sembra non aver saputo cogliere appieno la crucialità di questo periodo.

Tra gli strascichi di un’emergenza pandemica che sembra non avere mai fine, il conflitto tra Russia e Ucraina, l’inflazione, i cambiamenti climatici e la crisi economica, non si fa che parlare (nuovamente) di spread, governo bis, Giuseppe Conte, Mario Draghi, Giuliano Amato (addirittura), gas, elezioni anticipate e chi più ne ha più ne metta.

I feed dei social network pullulano di meme, opinioni più o meno drastiche e, soprattutto, tanta stanchezza. Complice l’arrivo dell’anticiclone e della bassa tolleranza che serpeggia dentro e fuori dagli schermi degli smartphone, non ne possiamo più. In un momento cruciale, in cui ci sarebbe bisogno di ricevere risposte concrete, stiamo assistendo alla messa in scena tragicomica del tracollo della politica italiana.

“La crisi di governo più assurda”: così titolava lo scorso venerdì il quotidiano tedesco Die Welt e non possiamo che essere d’accordo. In seguito alle dimissioni del Premier Draghi, rifiutate dal Presidente Mattarella, ha avuto iniziato una lunga parentesi di riflessioni, j’accuse, riunioni il cui esito non è affatto scontato, ma il malcontento è palpabile, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione.

Se i Millennials nati sotto l’afflato democratico della caduta del muro di Berlino assistono alla terza crisi economica, probabilmente la più dura che abbia colpito sinora la loro generazione, la Gen Z non ha mai visto un mondo senza conflitti di varia natura. Tacciati spesso di essere generazioni di bamboccioni, siamo in realtà stati messi di fronte a sfide senza precedenti. Il nostro presente è incerto e il futuro così precario da diventare difficile anche solo da immaginare.

Ha ragione, probabilmente, Mark Gongloff che su Bloomberg ci definisce senza mezzi termini «generazioni maledette». Proviamo, per esempio, a confrontare i lavoratori fino a trent’anni: tra il 1977 e il 2016 il reddito d’ingresso dei dipendenti è sceso del 7,5%, quello dei liberi professionisti registra -41%. Chi riesce a trovare un lavoro rimane precario e il numero di Neet (Not in Employement, Education or Training) è in aumento.

L’imprinting causato dagli eventi che coinvolgono ognuno di noi nella fase iniziale della propria vita, siano essi indotti dal contesto nazionale o internazionale, dalla cultura, dall’ambiente familiare, dal cibo o dalla musica, è indubbio e influenza comportamenti o atteggiamenti di ciascuna generazione rispetto a un’altra, portando a interpretare diversamente la propria esistenza.

Quale credete sia, allora, l’imprinting sui Millennials e sulla Gen Z degli eventi degli ultimi anni e della crisi di governo attuale? Frustrati, impotenti, stanchi, impossibilitati a sognare: ecco chi siamo. Lasciatecelo dire, meriteremmo molto di più: risposte concrete, nuove, contemporanee, distanti dalle logiche di palazzo. Non più bonus o misure una tantum, ma cambiamenti strutturali, inclusivi, sostenibili, trasparenti e paritari basati su valori non negoziabili.


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