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Dalla recitazione alla musica, il mondo dello spettacolo live si appresta a chiudere un anno drammatico, tra fatturati azzerati e incertezze sulla ripresa. Il virus circola e non consente previsioni nel lungo periodo. Bisogna attendere, nella speranza che nessuno, fra i protagonisti contemporanei di forme d’arte millenarie si perda per strada. «I nostri attori stanno vivendo malissimo il momento, in particolare i professionisti che vivono solo di questo – spiega al Quotidiano del Sud Laura Sicignano, direttore del Teatro Stabile di Catania – stiamo comunque cercando di farli lavorare, producendo numerosi spettacoli che incontreranno il pubblico appena sarà possibile».

Le perdite sinora registrate sono rilevanti. «Solo di botteghino – prosegue – nel 2020 ci mancano fra i 600 e i 700mila mila euro, cui vanno aggiunti almeno altri 500mila che sarebbero arrivati dalle tournee».

Quanto ai dipendenti «una parte è stata in cassa integrazione durante il primo lockdown ma siamo riusciti a reintegrarne un 60%. Abbiamo attivato corsi di formazione e impiegato il personale tecnico sia nella costruzione di scenografie da utilizzare in futuro che nella manutenzione e ristrutturazione dei nostri spazi». Lavori in corso per la nuova stagione, insomma. Il problema è capire quando si potrà partire. «Non abbiamo certezze e credo che nessuno possa darcene – riconosce – Tutto dipende dall’andamento della pandemia».

Questo momento di pausa, sia pur fra mille difficoltà, può essere comunque «sfruttato per ripensare l’intero settore, caratterizzato già prima del Covid da una normativa sbagliata e da inadeguate tutele dei lavoratori». Bisognerà, poi, riportare in sala un pubblico ormai disabituato alla fruizione degli spettacoli dal vivo. «Tv e web – afferma – non richiedono grande concentrazione. Nel teatro, invece, bisogna immergersi nella vicenda raccontata per tempi lunghi. Ci vorrà un po’ per recuperare quel tipo di sforzo intellettuale. E’ un aspetto che ci preoccupa».

Inquietudine sulla domanda futura c’è anche nei teatri privati. «Per incentivarla avevamo chiesto di defiscalizzare l’acquisto dei biglietti» racconta Michele Gentile, presidente delle Imprese stabili di produzione (Isp). «Il nostro settore – continua – è di fatto fermo dalla fine di febbraio. Le riaperture della scorsa estate non sono bastate, troppi pochi gli accessi consentiti. Il contributo dello Stato incide per il 15% sul bilancio dei teatri privati, il resto lo dobbiamo reperire sul mercato. Quindi uno spettacolo aperto a sole 200/250 persone non si regge economicamente».

Alla fine del 2020, quindi, le perdite registrate «dalle nostre imprese ammontano all’85% del fatturato annuo e lo stesso, probabilmente, avverrà nel 2021. Se tutto andrà bene, infatti, potremo ripartire a regime solo a ottobre dell’anno prossimo». Allo Stato l’Ispi chiede un intervento più incisivo. «Vogliamo far valere le nostre ragioni sulla questione dei ristori – evidenzia Gentile – non capiamo per quale motivo vengano erogati in modo copioso a tutte le categorie dello spettacolo tranne che a noi. Sa quanto ha ottenuto la mia impresa? Ventiseimila euro a fronte di 2 milioni e 200mila euro di fatturato persi. E sono uno di quelli che prende di più… Se non si muove nulla, senza certezze sulle riaperture sarà la fine per molti di noi».

Di situazione «drammatica» parla anche Filippo Arlia, fondatore dell’Orchestra filarmonica di Calabria e direttore del Conservatorio “Tchaicovsky” nel Catanzarese, esponente di un altro comparto gravemente colpito dalla chiusura dei teatri: la musica classica dal vivo. «Il ministro Franceschini ci ha invitato a esibirci in streaming – evidenzia – ma per quanto l’online sia uno strumento utile a lavorare in questo momento, non va bene per noi. Le nostre performance sono studiate per il live. Lo dimostra il Metropolitan di New York, che, senza la possibilità di avere pubblico in sala, ha deciso di chiudere».

Gli effetti della contingenza si riverberano anche sulla formazione dei giovani musicisti. «Abbiamo difficoltà concrete nel fare lezioni online. Le faccio un esempio: sin dall’800 è il maestro che accorda il violino degli allievi bambini. Ecco, in video questa cosa non si può fare. In conservatorio, poi, abbiamo registrato circa 200 ritiri, specie da parte di chi aveva iniziato lo scorso anno. Ci sono poi le scelte delle famiglie; la nostra è una scuola a pagamento, quindi i genitori, dovendo scegliere come investire i risparmi destinati agli studi dei figli, in un momento di crisi economica tendono a rinviare la decisione».

Le previsioni per il settore sono nefaste. «Ci interroghiamo ogni giorno – dice Arlia – su cosa succederà. La fine del tunnel ci sembra ancora lontana. In Italia ci sono decine di migliaia di musicisti che non sono dipendenti dei teatri. Persone a partita Iva che in questo momento sono a casa senza alcun tipo di guadagno. Ci aspetta una recessione senza precedenti». Eppure la musica continua a giocare il suo ruolo, anche in una fase tragica della storia umana. «E’ un’arte che migliora chi la fa e chi la ascolta – spiega – che da sempre aiuta a vincere i mali del mondo. In una fase caratterizzata da paure e chiusure la musica può riportarci alla realtà della socialità e dell’aggregazione, rendendoci consapevoli che, prima o poi, questa terribile pagina avrà fine».


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