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È all’apparenza una buona notizia quella che arriva dal ForumPa 2020 e dalla seconda “Indagine sulla maturità digitale dei Comuni capoluogo”, realizzata per Dedagroup Public Services. In un contesto, quello dell’innovazione negli enti locali, ancora trainato dalle amministrazioni di Nord-ovest e Nord-est, il Sud è, infatti, sì presente ma con numeri minimi. Appena sei Comuni meridionali su 35 raggiungono un livello sufficiente in tutte e tre le dimensioni considerate nello studio (Digital public services, Digital Pa e Digital Openess) ed elevato in almeno una di esse: Napoli, Cagliari, Matera, Reggio Calabria, Bari e Palermo. L’eccellenza è lontana e, per ora, si ferma geograficamente a Roma, unico capoluogo non settentrionale a raggiungere il livello più alto in tutte le categorie, insieme a Milano, Venezia, Genova, Bologna e Torino. Non solo. All’appello della rivoluzione digitale, al Sud, mancano soprattutto le piccole realtà. Matera a parte – il cui sviluppo è reso giocoforza necessario dall’elemento turistico – si nota subito che a fare un passo in avanti sul fronte dell’innovazione, nel Mezzogiorno, sono le metropoli. Viceversa al Nord troviamo anche piccoli capoluoghi come Lodi e Cremona. Avere una rappresentanza minima, insomma, non rende meno lunga la strada che il Sud deve ancora percorrere sul digitale.

Il momento storico impone di accelerare e in questa direzione sembrano andare le misure sull’innovazione contenute nel Decreto semplificazioni approvato dal governo. Una Pa tarata sul digitale sarà sicuramente più efficiente, resta da capire se quel nugolo di piccoli enti (dai Comuni alle Asl) inseriti in territori isolati o periferici abbia al suo interno un personale dotato di sufficienti competenze per conformarsi alla spinta innovatrice che arriva da Roma. La scorsa settimana, su queste pagine, il prof. Giorgio Ventre dell’università Federico II di Napoli ha parlato di un Sud schiavo di amministrazioni arretrate che hanno una «visione vecchia dell’informatica, di mero backoffice dei processi burocratici, legati alla carta». A mancare, in sostanza, è un pensiero digitale che porti a conoscere le peculiarità e potenzialità dello strumento senza trasformarlo in una replica di fascicoli e scartoffie.

Esiste, poi, anche un problema di infrastrutture. Ad aprile, quando l’esecutivo ha reso obbligatorie le lezioni online per gli studenti impossibilitati a frequentare fisicamente le scuole a causa della pandemia di coronavirus, Infodata ha realizzato per il Sole 24 Ore un’interessante infografica sull’accesso al web delle famiglie italiane, regione per regione. In cima alla classifica si colloca la provincia autonoma di Trento (82,3% di nuclei connessi), seguita da Veneto (80,6%), Lazio (80,5%), Bolzano (80%), Lombardia ed Emilia Romagna (ex aequo al 79%). In coda, neanche a dirlo, c’è la Calabria (67,3%). E le altre regioni del Sud non se la passano meglio. Basilicata e Molise sono al 69%, la Sicilia al 69,4%, la Puglia al 69,6%. La migliore risulta essere la Sardegna (76,5%), poi la Campania (73,3%). Sulle connessioni a banda larga le percentuali sono ancora più basse. Qui i dati migliori sono quelli del Lazio (62,2% di famiglie dotate di connessione veloce), i peggiori di Calabria e Basilicata (41,1% per entrambe). La Sicilia si ferma al 41,8%, la Puglia al 44,5%, il Molise al 45%, la Sardegna al 49,5% e la Campania (prima al Sud) al 52,2%.

Mancano gli strumenti, ma anche le conoscenze. Nasce così il problema dell’analfabetismo digitale, destinato a diventare una nuova forma di emarginazione sociale nell’epoca del web 2.0 e dei social media. Un’indagine Ocse del 2019 posizionava l’Italia all’ultimo posto in classifica per capacità di calcolo e alfabetizzazione informatica dei suoi cittadini e terz’ultima nella lista di 29 Paesi oggetto dello studio, seguita solo da Cile e Turchia. La situazione del Mezzogiorno – in quadro nazionale già di suo desolante – stata fotografata dall’Istat nel rapporto “Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi” uscito la scorsa primavera. Al Sud, spiega l’istituto di statistica, nel biennio 2018-2019 il 41,6% delle famiglie risultava sprovvista di un pc nella propria abitazione (rispetto a una media di circa il 30% nelle altre aree del Paese), con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46% e 44,4%).  Più elevata al Sud anche la quota di famiglie con un numero di computer insufficiente: solo il 14,1% ne ha almeno uno per ciascun componente. Altri dati rivelano che  nello stesso periodo di riferimento il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila) non aveva un pc o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila). Cristo si è fermato a Eboli, il digitale pure.

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