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La sede della Corte dei Conti

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Le società partecipate dallo Stato o dagli enti locali sono considerate da sempre un male da estirpare o quantomeno da ridimensionare. I politici di ogni ordine e grado, i loro familiari, gli amici e amici degli amici, hanno trovato al loro interno comodi e caldi parcheggi, in attesa di tempi migliori. I posti più ricchi e prestigiosi, quindi ambiti, sono quelli da consigliere di amministrazione e visto che un ex membro dell’esecutivo, un esponente di rilievo della maggioranza o dell’opposizione, un consigliere regionale o comunale con i rispettivi seguiti non possono certo fare gli impiegati, i cda degli enti partecipati si sono nel tempo gonfiati a dismisura, fino ad arrivare alla fantozziana situazione di avere all’interno di una singola società più consiglieri di amministrazione che dipendenti. E non è una rarità.

Succede, dice il centro studi di Impresa Lavoro che ha analizzato i dati forniti dalla Corte dei Conti, in un terzo dei casi. Su 5.776 enti locali, ben 1.798 hanno un numero di impiegati inferiore ai cervelli che periodicamente si riuniscono nei comodi salotti dei cda. Inutile ricordare che stipendi e prebende vengono pagati con soldi pubblici, i nostri, visto lo stato di salute dei loro bilanci.

Non è comunque l’unica nota stonata che si trova all’interno dell’elaborazione fatta da Impresa Lavoro. Sempre pronta a puntare l’indice al Sud quando si parla di voto di scambio, di mance elettorali o di lavoro a sbafo, la Lombardia risulta essere la Regione italiana con il più alto numero di società partecipate: 962, quasi il 17% del totale. E stacca non di poco la seconda in classifica, l’Emilia Romagna che con 557 enti copre meno del 10% del numero complessivo. La Basilicata con 35 società partecipate (comunque troppe) chiude la classifica regionale.

Quando si tratta di distribuire poltrone che contano, retribuite profumatamente rispetto all’impegno richiesto (quante riunioni fa un cda? Una al mese? Anche meno), l’irreprensibile Settentrione non si tira certo indietro. Anzi, è in prima fila. La Corte dei Conti, scrive il centro studi Impresa Lavoro, evidenzia una significativa prevalenza di organismi partecipati dagli Enti appartenenti all’area Nord Ovest (il 29,55% del totale esaminato), seguiti da quelli collocati nel Nord Est (il 28,96%), a fronte di una presenza inferiore al Centro (20,64%) e soprattutto al Sud e nelle Isole (rispettivamente 14,46% e 6,27%).

Con un tale affollamento di teste pensanti, si dirà, i bilanci delle partecipate settentrionali saranno un gioiello di redditività ed efficienza. Neanche per sogno. Complessivamente 1.198 società chiudono i conti in perdita e, sempre riguardo il totale, i debiti che gravano sulla loro gestione toccano i 104 miliardi di euro: tale padre, tale figlio. La Lombardia ovviamente svetta con 26,5 miliardi, mentre l’Emilia Romagna risulta essere più virtuosa perché. pur essendo al secondo posto come numero di partecipate. è quarta per il loro indebitamento con 8,9 miliardi. Dietro ai lumbard ci sono invece i friulani (12,7 miliardi); il Lazio è al terzo posto con 11,3 miliardi.

Il poltronificio delle partecipate lavora a pieno regime da lungo tempo, tanto che il governo Letta ha cercato di porre rimedio al malcostume dando mandato all’allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, di fare piazza pulita. Ligio al dovere, Cottarelli presentò un piano che prevedeva il ridimensionamento del numero delle partecipate da 8mila a mille, un taglio del numero di consiglieri di amministrazione e dei rispettivi stipendi. Renzi, successore di Letta, però si accorse che la mangiatoia è trasversale e nutre l’intero emiciclo romano e, a cascata, quello nazionale. Cottarelli Mani di Forbice venne quindi “promosso” a direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale e Renzi, colpito dalla sindrome di Tafazzi, non durò molto più a lungo.

Di quella stagione e sull’argomento ci resta una bella lettera d’intenti a firma Marianna Madia, all’epoca ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione, sotto forma di decreto. Parlava di trasparenza delle partecipate, di obiettivi di redditività, di blocco delle assunzioni e di riduzione a 1.000, sì, anche lei, delle partecipate pubbliche. Così da salvare solo quelle virtuose che, per fortuna, non mancano. Romantica Marianna, cosa ne poteva sapere lei di una nuova stagione di recessione, di quota 100, del reddito di cittadinanza. I tempi sono duri e pure i consiglieri di amministrazione tengono famiglia.

L’attuale governo gialloverde, infatti, proprio sulle partecipate, ci conta e anche molto. Laura Castelli, viceministro dell’Economia, ha sottolineato qualche mese fa che “le società partecipate ci hanno detto quasi tutte che sono in grado di sostituire un dipendente che va in pensione con tre persone”. In tempo di crisi come questo, quasi un miracolo. Certo, basta pagare i lavoratori a debito. Quale azienda che vive nel mercato è in grado di triplicare le assunzioni per ogni pensionamento? Non sorge qualche dubbio circa la reale natura di quella promessa? Che è la sopravvivenza fine a se stessa.

Nel 2014 una relazione della Corte dei Conti accese la miccia che poi diede supporto al lavoro di Cottarelli: le partecipate, disse l’allora procuratore generale Salvatore Nottola, costano allo Stato 26 miliardi l’anno. Non solo. Per il loro peso finanziario e per la dimensione economica, gli enti partecipati “hanno un forte impatto sui conti pubblici, sui quali si ripercuotono i risultati della gestione, quando i costi non gravano sulla collettività, attraverso i meccanismi tariffari”. Il lato divertente è che quasi impossibile stabilire l’esatto numero di queste società. Il rapporto di Cottarelli ne contava circa 7.700 ma dopo qualche anno, e nonostante il decreto Madia, ne venivano monitorate oltre 10 mila. I 500 mila dipendenti censiti da Mani di Forbice sono diventati 882 mila nel rapporto Istat sulle partecipate del 2017. Le quasi 6 mila di oggi sono giusto una stima. Annunci e timidi interventi legislativi a parte, le società partecipate sembrano essere un’ottima valvola di sfogo per la politica nostrana, un poltronificio che però produce non pochi danni e non solo per i conti pubblici, ma anche per le imprese private. Questo perché spesso entrano in concorrenza, sleale con chi lavora, mettendo a rischio il proprio capitale. Lo ha detto chiaramente Massimo Blasoni, presidente del Centro studi Impresa Lavoro, presentando lo studio che abbiamo riportato.

«Le migliaia di aziende partecipate da Comuni, Province e Regioni molto spesso non sono indispensabili e producono debiti rilevanti, sottraendo quote di mercato alle aziende private che operano nel loro stesso settore» osserva Blasoni, che oltre alla presidenza del Centro è anche imprenditore. «I dati della Corte dei Conti parlano chiaro: queste realtà servono soltanto a chi vi lavora e andrebbero semplicemente dismesse. Un obiettivo che peraltro era espressamente previsto dalla Riforma Madia ma che purtroppo ancora oggi è rimasto lettera morta».

Le partecipate operano in diversi campi, alcuni dei quali di reale interesse pubblico: dai servizi idrici a quelli della raccolta dei rifiuti, dello sviluppo locale, dei trasporti locali. Ma moltissime di loro non hanno nulla a che fare con la pubblica utilità. Un paio di settimane fa il Servizio studi della Camera dei deputati ha presentato un documento che modifica e integra il Testo unico sulle società partecipate del 2016. Ma l’obiettivo, se la riduzione del loro numero e dei molti sprechi lo è, è lontano da essere anche inquadrato. Un piano di pesante ridimensionamento, almeno degli ambiti di intervento, di fatto non c’è. Un argomento che è stato autorevolmente affrontato due settimane fa da un seminario presso la Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica a Perugia. Alberto Naticchioni, amministratore unico della Scuola, dopo aver ammesso l’esistenza di un numero elevato di società a partecipazione pubblica con costi di gestione, di fatto, a carico dei cittadini, ha sottolineato la necessità di «individuare servizi specifici da far gestire alle società partecipate, tenendo conto del personale e della ricollocazione di eventuali esuberi».

Ma da questo orecchio, la politica, anche quella del cambiamento, non ci vuol sentire.


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